Set Rai a Roma: dal 4 al 6 febbraio ciak (e divieti) per “One Of Us” all’Aurelio

Roma, una macchina da presa al lavoro

Contenuti dell'articolo

Dal 4 al 6 febbraio 2026 la zona tra via Azone, via Giambattista Pagano e via Luca Passi cambia volto: non “chiusure” spettacolari, ma un segnale chiarissimo che il set è arrivato. In quelle tre giornate sono previsti divieti di sosta con rimozione attivi h24 in diversi tratti, compresa l’area parcheggio nell’orbita di via Gregorio XI, per liberare spazio ai mezzi della produzione e alla logistica delle riprese. È la classica impronta delle lavorazioni televisive: discreta, ma capace di riscrivere l’ordine quotidiano di un quartiere.

La macchina del set: mezzi tecnici e ritmo da produzione “grossa”

Dietro ai cartelli mobili e alle transenne “invisibili” c’è una piccola industria itinerante. La produzione ha pianificato l’arrivo di 18 mezzi tecnici di supporto, un numero che racconta molto: non si tratta di una comparsata, ma di un’organizzazione strutturata, con camion, furgoni, generatori, attrezzature e personale che deve muoversi con precisione quasi militare. E non è un progetto mordi e fuggi: “One Of Us” è una miniserie che si muove lungo un calendario di lavorazione ampio, con una troupe numerosa e una pianificazione che punta a coprire mesi.

Non solo Roma: la fiction si muove anche “fuori porta”

Il set, in realtà, sta disegnando una geografia più grande. Roma resta il baricentro, ma le riprese sono previste anche fuori città: una scelta tipica delle serie che cercano realismo e varietà visiva. Alcune location nei dintorni vengono utilizzate come “macro-ambienti” trasformabili: edifici che, con scenografia e regia, possono diventare scuola, convitto, istituto, persino casa-famiglia. È il metodo delle produzioni contemporanee: alternare scorci riconoscibili e luoghi “neutri” che, al bisogno, cambiano identità.

La storia: un teen drama inclusivo, senza retorica

Ma “One Of Us” non vive di cartelli stradali. Il cuore è narrativo: una serie di ambientazione teen in una scuola inclusiva frequentata da studenti con e senza disabilità. Qui amicizie e attriti, sogni e vergogne, il desiderio di appartenere e la paura di essere etichettati diventano materia viva, senza la scorciatoia del “messaggio” imposto dall’alto. L’ispirazione è quella delle serie che mettono i personaggi davanti a scelte vere: non eroi esemplari, ma ragazzi che sbagliano, si difendono, feriscono e si rialzano.

Cast: ciò che si sa davvero (e perché è già una notizia)

Il punto che tutti cercano—i nomi—per ora resta schermato. Ed è proprio questo silenzio a far rumore: quando una produzione calibra con cura la comunicazione sul cast, spesso significa che sta costruendo un gruppo mirato, forse con volti nuovi, forse con interpreti scelti per autenticità oltre che per notorietà. Un elemento è però chiaro: il progetto ha cercato giovani con disabilità anche senza esperienza, segnale di una scelta precisa. Tra i profili narrativi emersi compaiono personaggi destinati a lasciare il segno: una ragazza carismatica in carrozzina elettrica e un ragazzo segnato da un incidente che ha cambiato tutto.

Il crescendo finale: perché questi ciak contano più del traffico

Ecco perché i tre giorni all’Aurelio sono più di una notizia di quartiere. Il set è solo la prima scintilla: la vera posta in gioco è una fiction che prova a fare una cosa rara, portare il tema della disabilità dentro un racconto pop, emotivo, contraddittorio—senza trasformare nessuno in simbolo. Roma, con le sue strade reali e i suoi ritmi veri, diventa il palcoscenico di un esperimento ambizioso: intrattenimento per il grande pubblico, ma anche un possibile cambio di sguardo. E quando una serie riesce in questo, il “ciak” non finisce sul marciapiede: continua nella conversazione di chi guarda.