Aggredita in nave mentre torna a Roma, poi ignorata dalla polizia: “Mi hanno picchiata in quattro. L’ispettore mi ha detto di perdonare”
Stava tornando a Roma, la città in cui vive e lavora da dieci anni, dopo le vacanze di Natale trascorse in Tunisia accanto al padre malato. Un viaggio di rientro come tanti, a bordo di una nave Grimaldi, diventato però un incubo fatto di minacce, violenza e solitudine.
A raccontarlo è Leyla, 36 anni, nome di fantasia. A distanza di tre giorni è ancora sotto shock. Dolori al collo e alla testa, vista annebbiata, una prognosi di dieci giorni. Ma soprattutto una ferita più profonda: la sensazione di non essere stata protetta. “Sono stata aggredita sulla nave Grimaldi, poco prima di attraccare a Salerno”, racconta. “Da quattro persone, due uomini e due donne, tutti miei connazionali. Per un motivo futile, assurdo. E quando ho chiesto aiuto, nessuno mi ha aiutata”.
“Ero seduta a lavorare. Poi hanno iniziato a insultarmi”
Leyla è un’insegnante. Vive a Roma, insegna inglese in una scuola privata. Durante la traversata, venerdì 2 gennaio, intorno alle 14:30, stava lavorando al computer. “Ero partita per prendermi cura di mio padre, che stava male”, spiega. “Sulla nave stavo lavorando, avevo una scadenza importante per l’iscrizione a un Campus, per l’abilitazione”. Non aveva preso una cabina. Viaggiava con il passaggio ponte.
“Mi si era bagnato un calzino, pulito, con un po’ d’acqua. L’ho tolto e l’ho poggiato accanto a me per farlo asciugare. Ero seduta in una zona con le poltrone, quasi tutte vuote”. Poi, l’arrivo dei quattro, due uomini e due donne. “Si sono messi proprio dietro di me, anche se la nave era quasi vuota. Hanno iniziato a giocare a carte e poi mi hanno detto: ‘Secondo noi questi calzini puzzano. Saranno molto puzzolenti’”.
Il loro tono, spiega Leyla, è provocatorio. Volutamente. “Io mi giro e dico: ‘Ma che modo è?’. E loro subito: ‘Stai zitta o ti prendiamo a botte. Che credi di fare, la studiosa, con tutti quei libri?’”.
Minacce, botte e capelli tirati: “Mi dicevano che mi avrebbero cavato gli occhi”
Le parole diventano sempre più violente. “Mi hanno detto: ‘Questi occhi che usi per studiare, noi te li caviamo’. Io ero sotto shock”. Leyla prende il telefono. Inizia a filmare. “Volevo testimoniare quello che stava succedendo. Appena ho preso il cellulare, si sono alzati tutti e quattro e mi sono venuti addosso”. La aggressione, da verbale, diventa fisica. “Mi hanno picchiata, mi hanno tirato i capelli, mi hanno dato dei pugni. Mi hanno buttata su un divano e continuavano”. Intorno, quasi nessuno. “C’era poca gente, molti dormivano. L’addetto al bar non mi ha aiutata”.
A fermare tutto è un uomo di passaggio. “Un signore, un medico. Mi ha presa e mi ha portata via. Loro ci hanno inseguito continuando a insultarmi, in italiano e in arabo”.
“Alla polizia ho dovuto insistere: mi dicevano che non era successo nulla”
Leyla è in preda a un attacco di panico. Piange. Non riesce a calmarsi. Gli addetti della Grimaldi la assistono. “Mi hanno portata in una cabina. Cercavo di chiamare amici e familiari per tranquillizzarmi”. All’arrivo a Salerno, gli aggressori vengono identificati. Ma da lì inizia un’altra storia.
“Il poliziotto, un ispettore, non mi dava credito. Ho dovuto insistere io a dire che ero stata aggredita”. Il racconto che fa dell’ispettore è durissimo. “L’ispettore ha guardato il video e mi ha detto: ‘Non è successo niente di serio. Non ti sei fatta nulla di grave: non vedo un braccio rotto’”. Poi la frase che la la fa infuriare. “Forse è stata colpa tua. Ci sono regole di buona convivenza che vanno rispettate”.
Leyla chiede un’ambulanza. Sta male, ha ricevuto pugni alla testa, non ce la fa a guidare. “Mi ha detto: ‘Vada da sola con la sua macchina, se vuole’”. E la sua richiesta di fare denuncia non viene raccolta, con la ‘scusa’ che l’ispettore è un agente della polizia portuale. “Continuava a dirmi di lasciar perdere. Di perdonare”. E mentre lei piange, accade l’impensabile. “L’ho visto scherzare con i quattro che mi avevano aggredita. Loro ridevano, mi guardavano, soddisfatti”.
Il pronto soccorso e la prognosi: “Dieci giorni. Ma poteva andare peggio”
A portarla in ospedale è un amico. “Per fortuna ero riuscita a chiamarlo mentre ero ancora sulla nave. È venuto fino a Salerno”. Al pronto soccorso i medici la visitano. “Dieci giorni di prognosi. E mi hanno detto che devo essere rivalutata alla fine di questa settimana, per i dolori alla testa e al collo”. Nel frattempo, agli aggressori viene solo presa la fotocopia dei passaporti. “E li hanno mandati via”.
Anche lì, un’ultima umiliazione. “Il poliziotto mi ha detto che potevo anche essere stata io a picchiarli. Che non c’erano prove”. Loro, intanto, continuano a provocarla. “Dicevano in arabo: ‘Guarda questa che fa la vittima davanti alla polizia’”.
Denuncia a Roma contro aggressori e ispettore: “Non è contro la polizia, ma contro chi non ha fatto il suo dovere”
Leyla ha deciso di reagire. Presenterà oggi denuncia a Roma non solo contro i quattro aggressori, ma anche contro l’ispettore che, a suo dire, ha ignorato la richiesta di aiuto e rifiutato l’assistenza medica. “Certi comportamenti non sono corretti”, dice. “E la denuncia non è contro la polizia, ma contro un ispettore che non ha fatto il suo dovere”.
Leyla vive in Italia da un decennio. Ha studiato qui. Lavora qui. “Ho sempre pensato che questo fosse diventato il mio Paese”. Ora non più. “Non mi sono sentita protetta da chi avrebbe dovuto farlo”. E si sente amareggiata. “Il poliziotto mi ha detto: ‘Anche se fai denuncia, verrà archiviata’”. Oggi chiede una cosa sola. “Giustizia. E rispetto. Per me, e per chi potrebbe trovarsi nella mia stessa situazione”.