Allarme gasolio, quante scorte ha l’Italia? Cosa succede se lo Stretto di Hormuz resta chiuso

Una pompa di benzina

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Dopo il carburante per aerei, il prodotto petrolifero che più preoccupa l’Italia è il gasolio. È il carburante che muove una parte decisiva del trasporto merci, dell’agricoltura, della logistica e di molte attività produttive. Per questo ogni tensione sulle rotte energetiche internazionali si traduce quasi subito in un doppio effetto: aumento dei prezzi e timore sulle forniture. Il punto critico, oggi, è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante dei prodotti raffinati diretti in Europa.

Quante scorte abbiamo e quanto possono bastare

I numeri spiegano bene la delicatezza del quadro. In Italia il consumo annuo di gasolio è intorno ai 24 milioni di tonnellate, mentre le scorte disponibili risultano inferiori a 2 milioni di tonnellate. Significa che il margine di sicurezza non è ampio, soprattutto se la crisi dovesse protrarsi. Il primo impatto, però, non sarebbe lo svuotamento immediato dei depositi, ma un forte irrigidimento del mercato: prezzi più alti, maggiore competizione sugli approvvigionamenti e crescente difficoltà nel reperire prodotto a condizioni sostenibili.

Il nodo dell’import e la dipendenza dal Golfo

Una parte importante del gasolio importato in Italia arriva da raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e transitano proprio per Hormuz. Se quel corridoio si fermasse del tutto, il sistema italiano dovrebbe contare molto di più sulla raffinazione interna e sulla capacità di riorientare i flussi commerciali. Sulla carta, il Paese produce più di quanto consumi. Ma questo non basta a metterci al riparo: conta infatti anche dove quel prodotto è destinato e quali contratti internazionali ne regolano la vendita.

Raffinerie italiane e vincoli commerciali

Qui emerge il secondo livello del problema. Una parte rilevante della raffinazione italiana è in mano a grandi operatori internazionali, che possono avere impegni di fornitura già definiti verso mercati esteri. In altre parole, anche il diesel raffinato in Italia non è automaticamente disponibile per il mercato interno. È questo il punto che rende la crisi più complessa di quanto appaia: non basta produrre, bisogna poter trattenere il prodotto quando serve. E in un contesto di tensione globale, ogni Paese tende a proteggere i propri interessi energetici.

Il vero rischio: meno capacità, più vulnerabilità

C’è infine una questione strutturale che pesa sul medio periodo: la capacità di raffinazione tradizionale si sta riducendo. La conversione di diversi impianti verso le bioraffinerie risponde a una strategia industriale precisa, ma restringe lo spazio per produrre carburanti convenzionali come il gasolio. Per famiglie e imprese, il messaggio è preoccupante: il problema non è solo capire se il carburante finirà, ma quanto costerà mantenerne stabile la disponibilità. Ed è su questo terreno che si misurerà la tenuta energetica del Paese.