Atac chiede 71,4 milioni extra per il 2026, pesano caro-biglietto ‘ritardato’ e contratti di lavoro: Roma verso un nuovo debito
71,4 milioni di euro. È la cifra che Atac chiede al comune di Roma (che è proprietario della società dei trasporti capitolini al 100%) per ‘reggere’ il 2026, un anno definito “cruciale” nel Piano Strategico Atac appena approvato dalla Giunta Gualtieri (sindaco presente in aula, assente la sua vice con delega al Bilancio, Silvia Scozzese). E se si guarda alle cifre chieste da Atac al Campidoglio, l’impressione è che la municipalizzata dei trasporti cammini sul filo del rasoio. Altro che “conti in ordine” e “partecipate risanate” in tempi record, come aveva raccontato il sindaco Gualtieri all’Auditorium, durante il “Rapporto sulla Città” poco prima di Natale.
A leggere le carte il racconto cambia. Atac non produrrebbe utili da reinvestire e per stare in equilibrio chiede soldi veri al Campidoglio, ossia ai cittadini romani che su cui grava, tra l’altro, già un servizio trasporto a dir poco insoddisfacente indegno di una grande capitale europea. Atac, in soldoni, chiede soldi, tanti soldi, che il Comune non ha e che (esattamente come per il caso di Ama, da noi analizzato in un nostro precedente articolo) rischia di dover prendere a prestito dalla ‘solita’ Cassa depositi e Prestiti, la banca di Stato, e ripagare a rate per i prossimi 20 o 30 anni. Ma procediamo per gradi.
Biglietto a 2 euro, ma con un anno di ritardo: per i romani il conto è in ogni caso pari a 16,8 milioni
Il primo tassello della richiesta di Atac a Gualtieri per il 2026 è legato al famigerato aumento del BIT, il biglietto singolo. L’azienda, nel suo budget 2026, ha previsto l’entrata in vigore della tariffa da 2 euro soltanto da luglio. Sei mesi di ritardo che, in termini contabili, valgono 13,7 milioni di euro di mancati ricavi che il Campidoglio dovrà consegnare in ogni caso all’azienda, come si legge tra le carte.

Per compensare tali mancati introiti, Atac invoca la “Matrice dei Rischi” del Contratto di Servizio e chiede a Roma di riconoscere, in ogni caso, 16,8 milioni di euro complessivi. Difatti, oltre ai 13,7 milioni suddetti, per mancati introiti del biglietto, ci sono altri 3,1 milioni dovuti all’assenza di politiche di mobilità promesse (dall’assessore Patanè), ma mai realizzate, secondo Atac, come la congestion charge. In pratica, Roma deve risarcire Atac per ciò che non ha deciso o fatto o fatto solo parzialmente.

Contratti nazionali, un peso da 32 milioni
Il secondo capitolo dei debiti è quello del lavoro. Il rinnovo del contratto collettivo nazionale (CCNL) del TPL pesa 32 milioni di euro nel solo 2026. Atac scrive che quei fondi potrebbero arrivare dallo Stato, ma avverte: “Qualora non vi sia copertura statale, il rischio resta in capo a Roma Capitale”. Tradotto dal burocratese: se il Governo non paga, paga il Campidoglio. Un paracadute che suona più come una pistola puntata sul tavolo della Ragioneria, dentro cui il sindaco Gualtieri ha appena ‘infilato’ (tra l’altro fino al 2029) un suo ‘fedelissimo’ paracatutato a comando.

Gli investimenti “da finanziare”: 22,6 milioni che non ci sono con priorità alta
Terzo fronte, gli investimenti. Nella sezione 2026 del Piano, Atac elenca 72,3 milioni di interventi coperti da Roma, ma accanto scrive che mancano altri 22,62 milioni “da finanziare – priorità alta” per l’anno in corso.
Sono i progetti “non rinviabili”, secondo Atac, ma ancora senza copertura economica: dal rinnovo tecnologico delle linee al materiale rotabile, fino ai sistemi di controllo. Senza quei soldi, l’azienda non può programmare. Ma Roma non ha ancora stanziato un euro.
E Atac lo scrive chiaro: “L’assenza di certezze sulle coperture ha reso difficile definire la priorità degli interventi”.

Atac come Ama: la doppia zavorra di Roma Capitale
Sullo sfondo, un déjà-vu. Pochi giorni fa, anche Ama ha bussato alla porta del Campidoglio per chiedere 200 milioni di aumento di capitale, di cui 100 milioni già entro marzo 2026. In entrambi i casi, il nodo è lo stesso: partecipate che non generano risorse proprie. Che non producono utili da due galline dalle uova d’oro per i privati: trasporti e rifiuti, rifiuti e trasporti. Ma che chiedono liquidità a un Comune già indebitato fino al collo.
Il rischio è evidente: per tenere in piedi Atac e Ama, Roma potrebbe essere costretta a contrarre nuovo debito. Un “maxi-mutuo” di fatto, proprio mentre la giunta Gualtieri racconta la storia municipalizzate in salute a cui forse non crederebbero, a guardare i conti veri, nemmeno i bambini dell’asilo.
E allora la domanda politica torna, puntuale come un autobus Atac in ritardo: chi mette i soldi, e a quale prezzo? Speriamo che, tra un post social e l’altro, un comunicato dell’assessore e un video su youtube del sindaco, qualcuno faccia la cortesia di spiegarlo ai romani.