Attentato a Sigfrido Ranucci, le intercettazioni choc: «Dobbiamo buttare i palazzi per terra». Così il commando ha preparato l’esplosione (VIDEO)

attentato Ranucci

«Dobbiamo buttare i palazzi per terra». È una delle frasi più inquietanti finite agli atti dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci. Parole che, insieme alle intercettazioni, ai filmati delle telecamere e ai tabulati telefonici, raccontano come il commando abbia studiato ogni dettaglio della notte del 16 ottobre 2025. Dall’auto noleggiata in Campania ai sopralluoghi davanti alla casa del giornalista, fino alla fuga dopo l’esplosione: un piano ricostruito passo dopo passo dai Carabinieri che oggi ha portato all’arresto dei quattro presunti esecutori materiali.

Per mesi i militari hanno seguito una traccia fatta di immagini, celle telefoniche e intercettazioni. Hanno ricostruito gli spostamenti della Fiat 500X, individuato il punto in cui il commando è rimasto fuori dal raggio delle telecamere e scoperto che, dopo il boato, sono bastati pochi secondi perché gli attentatori lasciassero Torvaianica. Ma proprio quella fuga, documentata quasi fotogramma dopo fotogramma, si è trasformata nell’elemento che ha permesso di risalire agli indagati.

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La caccia alla Fiat 500X

Nelle prime ore successive all’attentato i militari avevano una sola certezza: gli autori erano riusciti a sparire nel nulla. Nessuna targa leggibile, nessun volto ripreso dalle telecamere. Solo il racconto di alcuni testimoni e una Fiat 500X nera vista allontanarsi pochi istanti dopo il boato. È da quel momento che prende il via un lavoro certosino. I Carabinieri acquisiscono uno dopo l’altro i filmati delle telecamere pubbliche e private installate tra viale Povia Oglio, l’area dell’aeroporto militare di Pratica di Mare e gli accessi alla Pontina. Ogni immagine viene confrontata con quella successiva fino a ricostruire, quasi secondo per secondo, il tragitto dell’auto utilizzata dal commando.

L’ordinanza di 100 pagine descrive una sequenza che, letta oggi, sembra quella di un sopralluogo accuratamente pianificato. Poco dopo le 22 la Fiat 500X percorre lentamente viale Po, supera l’abitazione del giornalista e raggiunge un piazzale sterrato. Non si ferma, ma rallenta, osserva la zona e riparte. Dopo pochi minuti torna indietro nella direzione opposta e, ancora una volta, diminuisce la velocità proprio in prossimità della casa di Sigfrido Ranucci. Poi esce dall’inquadratura delle telecamere, fermandosi nel solo tratto di strada rimasto privo di sistemi di videosorveglianza.

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Il passamontagna, il boato e la fuga (vista da 3 testimoni)

A riempire quel vuoto sono le testimonianze raccolte subito dopo l’esplosione. Due ragazzi, seduti su una panchina a poche decine di metri dall’abitazione del giornalista, raccontano di aver sentito un boato improvviso e di aver visto un uomo vestito di nero, con il capo coperto, correre verso una Fiat 500X parcheggiata poco distante. L’uomo sale dal lato posteriore, l’auto riparte di scatto e si allontana sgommando. Le loro dichiarazioni coincidono con quelle di un altro testimone e trovano riscontro nelle immagini acquisite dagli investigatori, che ricostruiscono anche la fuga del veicolo verso la Pontina, percorsa ad alta velocità subito dopo l’esplosione.

Lungo la strada statale 148 Pontina sono installati due dispositivi di lettura targhe utilizzati nell’ambito di un’altra indagine della Direzione distrettuale antimafia. Sono quei “targatori”, quasi invisibili agli automobilisti, a immortalare la vettura mentre raggiunge Torvaianica prima dell’attentato e torna verso Roma subito dopo l’esplosione. Incrociando gli orari con le immagini delle telecamere della zona, gli investigatori arrivano a una conclusione: nessun’altra Fiat 500X percorre lo stesso tragitto nella medesima finestra temporale. È il primo vero punto di svolta dell’inchiesta.

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Le intercettazioni: “La facciamo così potente…”

Mentre le immagini ricompongono gli spostamenti del commando, le intercettazioni aggiungono un altro tassello. In una conversazione captata dagli investigatori, uno degli indagati parla della potenza dell’ordigno senza mezzi termini: «Dobbiamo buttare i palazzi per terra, la facciamo così potente che con un bottone: boom». In un altro dialogo si discute persino della possibilità di azionare l’esplosivo con un telecomando: «Se la fai con il telecomando ti guadagni i soldi», dice uno degli interlocutori, sostenendo di aver appreso quella tecnica da un militare. Dopo aver cercato online gli articoli sull’attentato, uno degli indagati avrebbe detto: «La bomba sono andato a mettere là…». Subito dopo, insieme a un interlocutore, avrebbe commentato l’azione con frasi di compiacimento come «Abbiamo fatto la storia».

Ma a essere intercettati non sono stati solo i 4 arrestati. L’auto era stata noleggiata in provincia di Avellino. I militari sono risaliti al contratto, sottoscritto dalla figlia della convivente di uno degli indagati, che si era presentato insieme a lei per ritirare il veicolo. Proprio mentre i Carabinieri stavano ricostruendo i movimenti dell’auto, è finita agli atti anche una conversazione del titolare dell’autonoleggio, intercettato durante le indagini. Parlando con un conoscente, l’uomo, ignaro di essere ascoltato, ha raccontato di essere stato convocato in caserma proprio per quella vettura. «Ne hanno combinata un’altra con quella macchina. Sto in caserma da stamattina, ora sono uscito… non mi hanno voluto dire che hanno combinato», diceva al telefono.

Nell’ordinanza il Gip evidenzia la straordinaria capacità distruttiva dell’ordigno e il grave pericolo creato in un contesto abitato. Allo stesso tempo, però, precisa che, allo stato delle indagini, non emergono elementi sufficienti per affermare che l’obiettivo fosse uccidere Sigfrido Ranucci. Una valutazione che non attenua la gravità dell’attentato, ma che delimita il quadro cautelare sul quale si fondano gli arresti. Intanto le indagini proseguono per individuare anche chi, secondo l’accusa, avrebbe commissionato l’azione e fornito supporto logistico agli esecutori.