Banca Etica, il Lazio resta socio: Roma esce e svende le sue quote (e l’etica diventa un ‘optional’)

Sullo sfondo, una sede di Banca Etica, in primo piano il governatore della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Gualtieri

La Regione Lazio resta “con le mani dentroBanca Etica, mentre il Comune di Roma procede spedito verso la svendita di tutte le sue quote del noto istituto bancario conosciuto in Italia e non soloper la sua straordinaria eticità. La decisione del Lazio ha avuto luogo nero su bianco, nelle carte più recenti che pubblichiamo in formato scaricabile alla fine di questo articolo. La partecipazione della Regione Lazio in Banca Etica viene confermata e mantenuta, senza passi indietro. La notizia è stata confermata nella recente ricognizione delle partecipazione della regione in società pubblico-private del 22 gennaio. È una quota piccola, quasi simbolica. Ma il peso non sta nei numeri: sta nel segnale. Perché restare soci, anche con una frazione minima, significa scegliere da che parte stare quando si parla di denaro pubblico e di finanza responsabile. E soprattutto significa dire che l’etica, almeno qui, non è una bandierina da sventolare solo quando conviene.

Roma vende: quando l’uscita diventa un messaggio ai cittadini

Nel frattempo Roma va nella direzione contraria, come da noi spiegato nei gironi scorsi, e conferma la dismissione della propria presenza: l’uscita da Banca Etica viene presentata come razionalizzazione, ma in realtà parla un linguaggio politico chiarissimo. Perché una Capitale che si racconta sostenibile, europea, orientata al futuro, decide di mollare anche il presidio simbolico dentro una banca percepita come “pulita”? Qui la cifra conta poco o nulla: conta l’eco delle decisioni del Campidoglio. E l’eco racconta che l’etica, quando diventa scelta concreta e non slogan, rischia sempre di scivolare in fondo alla lista. E non è finita qui: Roma non ha “scaricato” soltanto Banca Etica.

Nello stesso pacchetto di dismissioni capitoline rientra, tra l’altro, anche la svendita delle quote di BCC Roma, altro istituto legato a un’idea di credito cooperativo e radicato nel territorio. Un doppio passo indietro che, al di là delle motivazioni contabili, rafforza la sensazione politica: l’ente pubblico rinuncia in blocco a due presìdi considerati “puliti”, lasciando sul terreno un segnale che pesa più di qualsiasi incasso.

Quote minuscole, scudo enorme: il valore del “socio pubblico”

C’è un punto che spesso viene sottovalutato: la presenza di enti pubblici dentro un istituto di credito etico, come Banca Etica, non è solo testimonianza o immagine. È anche protezione. Un socio istituzionale non alza soltanto l’autorevolezza: alza il livello di controllo, di attenzione, di reputazione. In un settore dove la credibilità passa anche da indicatori reputazionali, valutazioni sociali e fiducia del mercato, quel tassello pubblico diventa un moltiplicatore di stabilità. In altre parole: serve a tutelare la banca “pulita”, a blindarla da derive, pressioni, ambiguità.

Due visioni di potere: finanza come strumento o come bandiera

Alla fine, Lazio e Roma non stanno litigando su una riga di bilancio: stanno scegliendo una postura. Restare in Banca Etica significa dire che il pubblico può ancora orientare, vigilare, accompagnare. Uscire significa rinunciare anche al presidio simbolico e lasciare che “finanza” resti una parola neutra, senza aggettivi e senza responsabilità. Eppure la finanza non è neutra mai: decide chi cresce e chi affonda, chi ottiene credito e chi resta fuori. Per questo la scelta del Lazio pesa molto più di qualsiasi percentuale: è una decisione che parla di potere, credibilità e futuro.