Benedetta Tv – Il referendum sulla Giustizia e quel silenzio assordante dei media sulla serie tv ‘Portobello’ sul caso Tortora
Da quasi tre settimane Portobello è online sulla piattaforma digitale HBO Max, per la precisione dal 20 febbraio 2026. È la serie con cui il gigante del cinema italiano, Marco Bellocchio, mette le mani su una delle ferite giudiziarie più profonde della storia repubblicana: il caso Enzo Tortora, simbolo nazionale di malagiustizia, gogna mediatica e fragilità delle garanzie in uno Stato democratico.
I primi due episodi erano stati presentati fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dunque non si tratta di un titolo marginale, né di un prodotto nato ai bordi del sistema culturale. Eppure il suo arrivo on line non ha acceso, come sarebbe stato naturale aspettarsi, un dibattito pubblico, nediatico e politico all’altezza del tema che porta con sé.
Il silenzio non è totale. Ma è troppo comodo
Il punto non è sostenere che attorno a Portobello non si sia scritto nulla. Alcune recensioni sono uscite, l’estate scorsa, il circuito culturale ha fatto il suo lavoro e la serie è stata raccontata per quello che è: un’opera civile, oltre che televisiva. Ma proprio qui sta il nodo. Un caso come quello di Tortora non riguarda soltanto la memoria, riguarda il presente. Riguarda il rapporto fra giustizia, informazione e politica.
Quando una serie su un errore giudiziario così clamoroso resta confinata soprattutto nelle pagine di spettacolo, più che nel confronto pubblico generale, il problema non è l’assenza assoluta di copertura. È la sua evidente sottotonalità.
Roma, più che uno sfondo, è il centro del racconto
C’è poi un dato simbolico che pesa. Le riprese di Portobello sono iniziate proprio a Roma nel settembre 2024 e a Roma, in particolare in zona Flaminio, sono state realizzate scene cruciali, comprese quelle legate agli interni carcerari e ai passaggi più duri della vicenda. Roma, del resto, non è solo una location. È il punto in cui il dramma umano di Tortora si trasforma in caso nazionale.
È il luogo del potere, delle istituzioni, della macchina giudiziaria e della sua esposizione mediatica. In questo senso, il fatto che l’epicentro narrativo e produttivo della serie coincida con la Capitale rafforza ancora di più il valore politico del suo ritorno sugli schermi.
Il referendum sulla giustizia rende tutto questo ancora più significativo
Qui il punto si fa inevitabilmente politico, ma senza bisogno di forzature. Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani voteranno nel referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con al centro la separazione delle carriere e il nuovo assetto dell’ordinamento giurisdizionale.
In un contesto del genere, il ritorno del caso Tortora attraverso una serie di Bellocchio avrebbe potuto diventare un’occasione naturale di discussione larga, seria, adulta. Non per piegare il cinema alla propaganda, ma per riconoscere che certe opere entrano per forza nel cuore del discorso pubblico e politico. Se questo non accade, o accade meno del dovuto, la sensazione è che qualcuno preferisca trattare il tema come memoria chiusa, invece che come domanda aperta sul presente.
Il cinema dovrebbe restare libero. Anche quando disturba
Ed è qui che il silenzio diventa la notizia vera. Perché il cinema, in un Paese democratico, dovrebbe poter riaprire i nervi scoperti della sua storia senza essere accompagnato da una cautela quasi burocratica. E i media dovrebbero sentirsi obbligati a discutere un’opera simile per il suo contenuto civile, non soltanto per il suo valore artistico.
Portobello non impone tesi. Fa qualcosa di più difficile: rimette i fatti davanti agli occhi di tutti. E quando i fatti tornano, ma il rumore del dibattito resta basso, il sospetto non riguarda la qualità della serie. Riguarda la qualità del coraggio pubblico con cui il Paese sceglie di guardarsi allo specchio. Con l’aiuto dei media e della politica.