Biglietti del Colosseo fantasma, il Tribunale conferma la multa da 7 milioni: il caso imbarazza Roma

Roma, turisti attorno al Colosseo

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Il Tribunale Amministrativo del Lazio ha confermato la maxi-sanzione da 7 milioni di euro contro CoopCulture per come è stata gestita, negli anni recenti, la vendita online dei biglietti del Colosseo di Roma: la sentenza è stata pubblicata il 26 gennaio. E non è un dettaglio: parliamo del cancello d’ingresso più famoso d’Italia, la cartolina che il mondo associa a Roma. Del resto, si tratta di uno dei monumenti simbolo di roma nel mondo. E quando l’accesso diventa un percorso a ostacoli, la questione smette di essere “solo” commerciale: diventa politica.

Quando un bene pubblico finisce nelle regole del “più forte”

Il punto non è soltanto la multa. Il punto è l’idea di città che ne esce: una Roma dove il turista e il cittadino “normale” si trovano davanti al paradosso del sold out permanente, ossia dell’assenza dei biglietti. Mentre altrove – sulle piattaforme – il biglietto ricompare, ma con sovrapprezzo e servizi appiccicati addosso. L’Antitrust ha già fotografato questo meccanismo come un sistema che spinge i visitatori verso pacchetti più costosi: guida, pick-up, salta-fila, “esperienze”. Il Colosseo, da simbolo comune, rischia di diventare una vetrina a pedaggio.

Bot e “freezing”: la fila invisibile che svuota il calendario

Dietro l’apparenza di un calendario “finito”, il Tar ha ritenuto credibile l’impianto accusatorio. La rapidità con cui i biglietti sparivano è stata letta come un segnale di acquisti automatizzati, più veloci di qualunque mano umana. E c’è un dettaglio che racconta bene l’asimmetria di potere: il cosiddetto freezing, la tecnica con cui si “congelano” i ticket nel carrello senza pagare. Generando un effetto di esaurimento istantaneo e scoraggiando chi prova ad acquistare correttamente. Se la fila è invisibile, vince chi ha la tecnologia, non chi arriva per primo.

Visite “didattiche” e corsie preferenziali: il prezzo della scorciatoia

C’è poi l’altra metà della storia: la quota di biglietti che, secondo gli atti, sarebbe stata canalizzata verso formule “abbinate”, come le visite didattiche. Il quadro ricostruito parla di slot riservati e di una gestione dei flussi che, nei fatti, avrebbe reso più facile trovare posto pagando di più. Non è una discussione da tecnici: è la domanda più semplice e più scomoda per una capitale europea del turismo culturale. Chi decide davvero quanto “spazio” resta per l’accesso a prezzo base, e quanto invece viene spinto verso soluzioni maggiorate?

CoopCulture non ci sta: “Ricorriamo al Consiglio di Stato”

“Il TAR – spiega la CoopCulture in una nota stampa – ha confermato la sanzione irrogata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). La società prende atto della decisione, pur ritenendo che il procedimento si sia svolto in assenza di un pieno ed effettivo contraddittorio e senza un’adeguata dimostrazione di un reale danno al mercato. La Società evidenzia inoltre rilevanti criticità in merito alla proporzionalità della sanzione, sotto il profilo della sua congruità, ragionevolezza e adeguatezza rispetto ai fatti contestati.

Per tali ragioni, CoopCulture annuncia la presentazione di ricorso al Consiglio di Stato, confidando in una più completa valutazione delle proprie posizioni.

Il Prof. Clarizia, difensore della Società, ha tenuto a precisare che” l’appello in Consiglio di Stato si impone in quanto la sentenza è quanto mai lacunosa su tutte le problematiche sollevate dalla Società, sia per quanto riguarda la durata (“fatta risalire al 2019″), sia per quanto riguarda gli impegni assunti da CoopCulture e la dimostrata diligenza della stessa, fermo restando l’assoluta sproporzione della sanzione. CoopCulture conferma la propria fiducia nella giustizia”.

La posta in gioco: fiducia, turismo e sovranità digitale dei monumenti

Il Colosseo non è un “evento”, è un’infrastruttura simbolica: produce economia, immagine, consenso. Per questo la storia dei biglietti è diventata un test di credibilità per le istituzioni: saper governare i flussi senza consegnarli agli algoritmi, tenere insieme accessibilità e sostenibilità, proteggere il cittadino dall’idea che per entrare serva sempre un intermediario. L’Antitrust ha sanzionato anche altri operatori, in un quadro complessivo da quasi 20 milioni: segno che il problema non era un singolo ingranaggio, ma un ecosistema. Ora la domanda è politica: chi mette le regole, e con quali anticorpi?