Calderon e Bennato restano in carcere: respinti i ricorsi del killer di Diabolik e del boss di Casalotti

delitti Diabolik, Torvajanica

Confermate dalla Cassazione le misure per Raul Esteban Calderon e Enrico Bennato in relazione all’omicidio di Shehaj Selavdi, ucciso sulla spiaggia di Torvajanica il 20 settembre 2020. I giudici della prima sezione penale della Suprema Corte hanno rigettato i ricorsi presentati dai difensori dei due indagati contro l’ordinanza con cui lo scorso gennaio il Tribunale del Riesame di Roma aveva confermato la custodia cautelare in carcere per entrambi.

I due, accusati omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso, erano stati individuati dopo l’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma con i procuratori aggiunti Michele Prestipino e Ilaria Calò. Calderon e’ accusato anche di essere il killer di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, ucciso con un colpo di pistola alla testa il 7 agosto del 2019 nel Parco degli Acquedotti a Roma.

Calderon ha freddato Piscitelli e un pregiudicato albanese in spiaggia

I supremi giudici nell’analizzare i motivi di ricorso di Calderon e Bennato e in particolare quello relativo all’inutilizzabilita’ di intercettazioni ambientali disposte in un altro procedimento sottolineano come “non vi è questione di limiti di ammissibilità perché il titolo di reato per cui si procede legittima ampiamente l’utilizzo dello strumento investigativo, né si può fondatamente sostenere che non vi sia una connessione sostanziale rilevante, con quello in relazione al quale l’autorizzazione era stata disposta, atteso che sia l’omicidio Piscitelli sia l’omicidio oggetto di questo giudizio si inseriscono all’interno di un progetto di supremazia sul territorio che non prevede la possibilità che emergano concorrenti in zona (“Qua non devono venì a fà i prepotenti a Casalotti”, affermazione riportata nell’ ordinanza impugnata, e che avrebbe pronunciato il ricorrente in una delle conversazioni intercettate), e quindi all’interno di un disegno criminoso unitario di cui costituiscono singole manifestazioni”.

Nelle intercettazioni di Bennato troppi dettagli sul delitto

“Nel caso in esame nella ordinanza impugnata i gravi indizi si reggono sulla confessione stragiudiziale, più volte ripetuta dall’imputato Bennato (una prima ed una seconda volta al padrone di casa; una terza volta al fratello nel contesto di una conversazione svoltasi in carcere)”, scrivono i giudici della prima sezione penale nel motivare la loro decisione del 16 giugno scorso.

“La spontaneità delle tre confessioni stragiudiziali di Bennato non può essere messa in discussione; nelle prime due occasioni è addirittura Bennato che conduce la conversazione parlando all’interlocutore di un argomento che questi neanche conosceva, nella terza lo stesso è si sollecitato dal fratello, ma sollecitato nel senso esattamente opposto a quello che indurrebbe a ritenere non spontanea la confessione, perché il fratello gli intima di non parlare in giro di omicidi, e Bennato, rassicurandolo di non averlo mai fatto, in realtà ne parla per la terza volta”.

“Anche la genuinità è difficilmente contestabile, perché, al di là dello scopo di vanteria che può aver ispirato le prime due conversazioni (ma sicuramente non la terza), nelle confessioni Bennato riferisce particolari che poteva conoscere solo chi era coinvolto nel reato, quali – quantomeno – la circostanza dell’incrocio con la pattuglia dei Carabinieri al momento di cambio del mezzo e la circostanza dell’essersi recati sul luogo del delitto senza telefoni”.

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