Canili di Roma, Santori (Lega) attacca il Campidoglio: “Controlli deboli e troppe zone d’ombra”

Roma, Kira canile Muratella

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Non è più soltanto una questione di cani, gabbie e procedure. Con l’interrogazione annunciata in Assemblea Capitolina, Fabrizio Santori porta il dossier Muratella-Ponte Marconi nel cuore dello scontro politico romano. Il punto non è solo ciò che accade dentro i canili, ma ciò che, secondo l’opposizione, il Campidoglio non avrebbe saputo o voluto vedere. E quando i controlli pubblici sembrano deboli, la vicenda smette di essere amministrativa e diventa immediatamente politica.

Sette milioni di euro e una domanda semplice

La domanda che resta sul tavolo è lineare: come viene seguito un servizio che vale oltre 7,1 milioni di euro e riguarda il benessere animale in due strutture simboliche della Capitale? L’affidamento triennale del servizio per Muratella e Ponte Marconi è stato aggiudicato nel 2023 alla Rifugio Agro Aversano S.r.l., con un importo di 7.183.656,41 euro oltre Iva. Quando cifre di questa portata incontrano rilievi dell’Anac, la richiesta di chiarezza non può essere trattata come un fastidio burocratico.

Le falle che pesano più delle carte

Il cuore del problema, infatti, è nei controlli. Secondo quanto emerso attorno alla delibera Anac n. 95 dell’11 marzo 2026, l’Autorità ha rilevato “rilevanti profili di criticità” nella fase di esecuzione del contratto, chiedendo a Roma Capitale di riferire entro 30 giorni sulle iniziative assunte. Tra i punti più delicati compaiono anomalie nei registri dei veterinari, verifiche non dirette sulla somministrazione dei pasti e controlli carenti su sgambamento, toelettatura e pulizia. Non dettagli: sono gli indicatori concreti di quanto una macchina pubblica sia davvero presente.

Una storia che non nasce oggi

È questo il dato politico più pesante: la vicenda non arriva dal nulla. Già nell’aprile 2022 la stessa Anac parlava di “gravi criticità e carenze strutturali e manutentive” nei canili di Muratella e Ponte Marconi, citando sovraffollamento, condizioni igieniche problematiche e strutture giudicate fatiscenti. In altre parole, il dossier di oggi si appoggia su una scia di allarmi precedenti. E non a caso, nelle ultime ore, anche Fratelli d’Italia ha annunciato una propria iniziativa politica, chiedendo risposte dirette al sindaco Gualtieri e all’assessora Alfonsi.

Il nodo del silenzio e il caso Bogotà

Nel suo affondo, Santori richiama anche il caso del cane Bogotà, indicandolo come l’emblema di una gestione contestata e di risposte arrivate, a suo dire, troppo tardi o non arrivate affatto. È qui che la polemica assume un profilo ancora più netto: il sospetto politico nasce spesso nel vuoto lasciato dalla comunicazione istituzionale. Quando una struttura pubblica non riesce a dissipare i dubbi con documenti, atti e spiegazioni, le opposizioni trovano terreno fertile per trasformare ogni omissione in un’accusa di sistema.

Perché questa vicenda riguarda tutta Roma

La vera posta in gioco, dunque, non è solo la gestione dei canili. È la credibilità del Campidoglio nel governo dei servizi pubblici più sensibili, quelli in cui tutela, spesa e controllo dovrebbero procedere insieme. Gli animali, in questa storia, sono il termometro morale di un’amministrazione: se su alimentazione, cure, pulizia e vigilanza emergono ombre, allora il problema investe l’intera filiera decisionale. Ecco perché la richiesta di Santori di portare il sindaco in Aula non è solo un atto di opposizione: è il tentativo di trasformare un dossier tecnico in una verifica politica sulla tenuta del governo cittadino.