Centrale del Latte di Roma, buco da 10,7 milioni nel 2025: la Giunta Gualtieri prende tempo su vendita e nomine del CDA
La perdita è scritta negli atti: 10 milioni e 760mila euro. A certificarla è il progetto di bilancio 2025 della Centrale del Latte di Roma. La Giunta Gualtieri ha deliberato il 28 maggio, ma l’atto è stato pubblicato all’Albo Pretorio solo oggi, 6 giugno 2026. Al momento del voto in Campidoglio che certifica il rosso da incubo non risultano presenti Gualtieri, la vicesindaca con delega al Bilancio Silvia Scozzese e l’assessore Alessandro Onorato. Il sindaco entra poi in Aula prima dell’approvazione. Inseriamo il voto della Giunta in formato scaricabile alla fine di questo articolo.
Il conto arriva in Campidoglio
La Giunta Gualtieri autorizza il rappresentante di Roma nel CDA a votare sì al bilancio e a coprire la perdita usando le riserve disponibili e, per il resto, gli utili futuri (se mai ci saranno). Nessun assegno immediato dal Campidoglio, almeno sulla carta. Ma il problema resta tutto dentro il perimetro pubblico: la società perde, Roma approva, il dossier resta aperto.
Un marchio storico sotto pressione
Gli amministratori di Centrale del Latte di Roma parlano di continuità aziendale e puntano sul Piano industriale 2025-2028. I revisori non bocciano il bilancio, ma richiamano l’attenzione sulla tenuta futura della società. Anche il Collegio sindacale non ferma i conti, però chiede controllo sui costi, pianificazione finanziaria e monitoraggio degli obiettivi. Tradotto: la Centrale resta in piedi, ma il quadro è estremamente fragile.
Nomine congelate
Con il bilancio 2025 scadono anche Consiglio di amministrazione e Collegio sindacale. Eppure il Campidoglio non chiude la partita. La Giunta decide di rinviare le nomine a una successiva assemblea. Una scelta prudente, ma politicamente pesante: mentre i conti affondano, la governance resta sospesa. Nessuna svolta immediata, nessun cambio di passo visibile.
La riconquista diventata grana
Nel 2023 Roma è rientrata in possesso del pacchetto azionario principale della Centrale del Latte, dopo anni di contenzioso con Parmalat. Oggi il Campidoglio detiene l’81,73% del capitale sociale. Una quota enorme, ma non abbastanza per governare fino in fondo le decisioni strategiche: lo statuto fissa la soglia decisiva all’85%.
Il paradosso del controllo senza controllo
È il nodo politico della vicenda. Roma è il socio dominante, ma la delibera precisa che la Centrale non è considerata una società a controllo pubblico pieno. Il Comune ha quasi tutto, ma non tutto. Porta il peso del dossier, ma formalmente non avrebbe mano libera sulle scelte decisive. Una terra di mezzo perfetta per rinvii, ambiguità e responsabilità sfumate.
Cassazione e vendita sullo sfondo
A complicare il quadro c’è la partita giudiziaria. Dopo le vittorie di Roma in primo e secondo grado, la Cassazione ha cassato in parte la sentenza d’appello e rinviato alla Corte d’Appello in diversa composizione. Intanto resta sul tavolo anche l’ipotesi della cessione dell’azienda, già prevista nei piani di razionalizzazione delle partecipate entro il 31 dicembre 2026.
Il conto politico
La delibera non fa rumore, ma pesa. Il Campidoglio approva un bilancio in perdita, rinvia le nomine e lascia aperti tutti i nodi: piano industriale, vendita, contenzioso e controllo societario. La Centrale del Latte di Roma, simbolo pubblico appena riconquistato, oggi appare più come un problema da gestire che come una bandiera da rilanciare. Il Campidoglio prende tempo. Ma il rosso da 10,7 milioni no.