Centrale del Latte di Roma, la vendita-lampo si complica: la Cassazione riapre la ‘partita’ sul 75% delle quote

Roma, sullo sfondo un momento del ciclo produttivo presso la Centrale del Latte, in primo piano, da sinistra, la vicesindaco e assessore al Bilancio Silvia Scozzese, il sindaco Roberto Gualtieri

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Roma, la Suprema Corte di Cassazione (massimo Organo giudiziario italiano) ha rinviato alla Corte D’Appello di Roma il nodo del 75% delle quote della Centrale del Latte di Roma. La decisione costituisce un vero fulmine a ciel sereno che costituisce una tegola che s’abbatte sul Campidoglio. Palazzo Senatorio, difatti, aveva appena dato il via libera-lampo alla vendita dell’azienda, tornata pubblica nel 2023, come da noi ricostruito in una serie di recenti articoli, dopo un bilancio pubblico 2024 che aveva segnato un rosso da 2,436 milioni di euro pubblici.

Ma mentre la politica prepara(va) l’uscita di scena, ossia la svendita di Centrale del Latte, la giustizia rimette mano al dossier, riaprendo l’intero nodo societario. Tradotto: prima di “fare cassa”, bisogna chiarire se quel 75% è davvero nella disponibilità piena e incontestabile del socio pubblico, ossia del Comune di Roma. La sentenza della Suprema Corte di Cassazione è stata pubblicata a fine 2025 (la inseriamo, in formato scaricabile, alla fine di questo articolo).

Il punto giuridico che pesa sulla svendita

La sentenza della Suprema Corte di Cassazione riporta al centro il vero punto politico-industriale. Il 75% della partecipazione che Roma rivendica come perno del controllo societario e base della svendita non viene “messo in discussione” in modo diretto. Ma torna esposto a un’incertezza giuridica che può incidere sulla commerciabilità dell’asset. La Suprema Corte, infatti, non chiude la partita. Ma rinvia alla Corte d’Appello un nuovo esame su profili decisivi legati alla catena dei trasferimenti e, soprattutto, alla valutazione della buona fede nell’acquisto successivo (quello maturato nell’alveo del concordato).

In sostanza, finché quel passaggio non viene definitivamente chiarito, la quota di maggioranza rischia di non essere percepita come un titolo “a prova di contenzioso”. E in una vendita di questo livello, anche solo l’ombra di una contestazione sul pacchetto che garantisce il comando può tradursi in sconto, richieste di garanzie o clausole di salvaguardia che riducono il margine politico dell’operazione.

La politica capitolina tra narrazione e realtà: dal “rilancio” promesso alla dismissione

La traiettoria è politicamente imbarazzante. Nel settembre 2023, Roma Capitale celebrava l’avvio della “nuova gestione”, dopo il ritorno di Centrale del Latte sotto il controllo capitolino. Nomine, promessa di rilancio, difesa di un “marchio storico”, con il sindaco Gualtieri che parlava di rispetto per lavoratori, allevatori e consumatori.

Due anni dopo, la musica è cambiata. L’11 settembre 2025 (un giorno a dir poco evocativo) la Giunta Gualtieri (con Gualtieri assente) ha inserito la Centrale tra le partecipate da (S)vendere, ma senza comunicazione istituzionale. Nessun post social. Nessun comunicato stampa. Solo silenzio, oltre a due righe stringate visibili solo agli addetti ai lavori, che preannunciavano, negli atti pubblici di Roma, la svendita della Centrale e della volontà politica di fermare ogni tentativo di rilacio, che pure gli amministartori della società ritenevano possibile.

La “cura estetica” prima della cessione: fotovoltaico e UHT per rendere l’azienda appetibile

Nel frattempo, la Città Metropolitana di Roma a ottobre ha mosso la leva industriale: via libera a modifiche dell’azienda che includono un impianto fotovoltaico e una nuova linea UHT (latte a lunga conservazione, 5–10% della produzione), letta da più parti come un tentativo di aumentare l’attrattività sul mercato della Centrale del Latte.

Anche i passaggi autorizzativi sulle emissioni e sugli impianti fanno parte di un mosaico che racconta come si stia “riscrivendo” il perimetro produttivo dell’azienda in salsa privata. Ma l’effetto politico resta: perché queste scelte arrivano solo così tardi, quando l’orizzonte pubblico è la dismissione che, tra l’altro, ora è a rischio?

Il convitato di pietra: PNRR e investimenti, mentre Roma prepara l’uscita

C’è un’altra variabile che rende la storia ancor più delicata e singolare: la Centrale compare nel tracciamento OpenPNRR con un progetto da 11,19 milioni, che risale sempre a ottobre scorso. Di cui 4,06 milioni come finanziamento PNRR e 7,13 milioni privati, motivato anche dal “calo di volumi del prodotto fresco”. Questo non significa automaticamente che “Roma vende i fondi PNRR” al futuro acquirente, ma introduce una domanda di interesse pubblico: quale governance assicura che gli investimenti (e i vincoli) restino coerenti dopo l’eventuale passaggio ai privati?

Il contesto economico: consumi che cambiano e concorrenza che non aspetta il Campidoglio

Il mercato, quello vero, intanto, non aspetta né la politica né i tribunali. Il comparto lattiero-caseario italiano vive una transizione: export in crescita e pressioni sui consumi domestici. Con segnali di contrazione su alcune categorie tradizionali e spinta a diversificare prodotti e canali. In questo quadro, l’UHT (lunga conservazione non è solo una scelta tecnica: è un posizionamento). E la domanda vera, per una città come Roma, è politica: si vuole una partecipata “simbolo” con obiettivi pubblici (filiera, lavoro, presidio territoriale) o un asset da cedere a qualcuno, alla svelta, e basta?

Che cosa succede adesso: vendita possibile, ma a rischio “sconto contenzioso”

La Cassazione non “assegna”, oggi, la proprietà definitita del 75% delle quote di Centrale del Latte di Roma. Riapre nodi che incidono su valore, stabilità dell’asset e (s)vendita, e rimanda alla Corte d’appello il nuovo processo-esame su punti decisivi della vicenda. Nel frattempo, la dismissione resta formalmente sul tavolo e il rosso 2024 resta un macigno politico (da pagare a spese dei romani).

Se il Campidoglio sceglierà di accelerare comunque, questa (s)vendita, dovrà farlo con una strategia da investitore vero: chiarire il perimetro legale, sterilizzare i rischi di una futura sentenza della Corte d’Appello di Roma e spiegare – urbi et orbi – ai romani – perché un marchio “nel cuore della città” è diventato, nel giro di due anni, un dossier da liquidare. E alla svelta. Tra l’altro in un silenzio assordante. In caso contrario, se ci sono già acquirenti in vista, spiegarlo ai cittadini, pubblicamente, come dovrebbe fare, per legge, il sindaco-buon padre di famiglia. O no?