Centrale del Latte di Roma, ok alla vendita-lampo: il Campidoglio ‘scavalca’ anche la Cassazione con 23 “Sì”

Roma, sullo sfondo l'interno della Centrale del Latte di Roma, in primo piano il sindaco capitolino Roberto Gualtieri

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Il Campidoglio guidato dal sindaco Roberto Gualtieri imbocca la corsia veloce: via libera ‘politico’ alla vendita-lampo della Centrale del Latte di Roma, tornata pubblica nel 2023, e per cui è stata decisa una sorta di vendita-lampo estiva, ‘ribaltando’ una recente decisione dei magistrati che chiedono un nuovo processo sulle quote del 75% della società, quasi come ad anticipare i giudici, in una dinamica rocambolesca che assomiglia più a una corsa a ostacoli che a una scelta politica e industriale ponderata e razionale. Ii 23 ‘Sì’ sono stati pronunciati nell’aula Giulio Cesare lo scorso 8 gennaio (i documenti sono stati resi pubblici solo oggi, li alleghiamo in formato scaricabile alla fine di questo articolo) da altrettanti consiglieri di maggioranza. “Amodeo – così riportano le carte – Angelucci, Baglio, Barbati, Battaglia, Biolghini, Bonessio, Caudo, Celli, Cicculli, Converti, Corbucci, Fermariello, Ferraro, Lancellotti, Leoncini, Luparelli, Melito, Michetelli, Nanni, Pappatà, Parrucci, Petrolati, Righetti, Trabucco e Zannola”.

Il fatto è che questa vendita della centrale del Latte avviene proprio mentre sul tavolo c’è una pronuncia recentissima (una sentenza) della Suprema Corte di Cassazione che rende la mossa ancora più carica di significati e con la quale rimette – in soldoni – in discussione la proprietà di circa il 75% delle quote tornate in mano del Campidoglio nell’estate 2023.

La Cassazione riapre il dossier: il 75% non è una formalità

La Suprema Corte di Cassazione lo scorso 26 dicembre (come da noi ricostruito in un precedente articolo) ha rimesso difatti la questione alla Corte d’Appello di Roma, riaprendo in modo netto una partita che in Campidoglio sembrava già archiviata. Il pacchetto che vale il controllo – quel 75% che storicamente fa la differenza tra comandare e subire – torna ad essere un terreno meno blindato di quanto la politica vorrebbe far credere.

È l’ombra del contenzioso, più che la sua conclusione, a pesare come un macigno su qualunque vendita, specie quando si parla di una quota che garantisce la maggioranza.

Santori (Lega) all’attacco: “Stop alla svendita, aula e trasparenza totale”

A mettere il dito nella ferita, nei giorni scorsi, è stato anche Fabrizio Santori, il consigliere capitolino in quota Lega, che ha alzato il livello dello scontro parlando di una dismissione “di soppiatto”. E chiesto lo stop immediato a qualsiasi accelerazione finché non sia chiarito l’effetto concreto della pronuncia della Cassazione sul controllo societario. Nel mirino sono finiti anche metodo e tempistiche: per Santori sarebbe servito un passaggio politico pieno in Assemblea, con accesso agli atti, chiarimenti su perimetro legale e ricadute economiche, oltre a garanzie nette su lavoratori, filiera e futuro industriale del marchio.

Dal “rilancio” al disimpegno: la parabola che imbarazza la maggioranza

Solo nel 2023, politicamente parlando, la Centrale del Latte veniva raccontata dall’Amministrazione come un marchio da rilanciare, simbolo cittadino, presidio di filiera e identità capitolina. Poi sono arrivati i numeri, i bilanci, le perdite ‘veloci’ del 2024. E, soprattutto, una narrazione che si è improvvisamente ribaltata. Nel giro di poco tempo si è passati dalla retorica della tutela e del rilancio alla logica della dismissione (con l’uso anche di fondi pubblici). È qui che nasce l’imbarazzo: non tanto perché un’amministrazione scelga di vendere. Ma perché sembra farlo senza una spiegazione pubblica all’altezza della portata del dossier.

Il maquillage industriale: UHT, investimenti e azienda “più appetibile”

Nel frattempo, però, l’azienda viene resa più appetibile. In una fase in cui il Comune di Roma prepara l’uscita, l’orizzonte industriale si muove. Diversificazione dei prodotti, apertura a nuovi segmenti e un rafforzamento delle dotazioni produttive, anche con nuove linee che mirano ad allargare il mercato oltre il latte fresco. E una pioggia di fondi pubblici in arrivo. Nel tracciamento pubblico dei progetti compare un intervento collegato alla Centrale del Latte di novembre scorso per 11,19 milioni.

Con una componente di finanziamento PNRR e una quota (molto alta) privata di co-finanziamento. Non significa automaticamente “vendere il PNRR”. Ma alza il livello delle domande pubbliche: governance, destinazione, controlli e compatibilità tra eventuale cessione e obblighi di progetto?

In questa cornice entrano anche investimenti importanti, con progetti che intrecciano finanziamenti e partner privati. E qui la domanda, inevitabile, diventa politica: che senso ha impostare un rilancio strutturale e poi preparare la cessione? A chi resta davvero in mano l’interesse pubblico?

Mercato del fresco in frenata, e Roma rischia di arrivare tardi

C’è anche un contesto che la politica tende a ridurre a slogan. Il latte fresco non è più il prodotto “automatico” di una volta: cambiano i consumi, cambiano le abitudini, cresce la concorrenza e si moltiplicano i canali. La Centrale, oggi, non deve soltanto produrre: deve riposizionarsi, trovare nuove nicchie, inseguire segmenti ad alto valore, affrontare costi industriali più pesanti e un mercato più aggressivo. Il punto, quindi, non è se vendere sia giusto o sbagliato: il punto è a che condizioni e con quale strategia, perché vendere nel momento di massima incertezza equivale spesso a vendere peggio.

Che succede adesso: vendita possibile, ma il conto lo pagherà la città

La Cassazione non ha scritto l’ultima parola: ha rimandato, ha riaperto passaggi cruciali e ha imposto prudenza. Il Campidoglio, invece, sembra orientato a trasformare una questione complessa in una scorciatoia amministrativa. Ma una vendita-lampo, condotta con un contenzioso ancora sullo sfondo, rischia di produrre un solo risultato concreto: meno trasparenza, più tensione politica, e un prezzo finale indebolito. E a quel punto la domanda non sarà più “perché vendete?”, ma “perché così, e perché adesso?”. Con una postilla che pesa più di tutte: a pagare l’eventuale sconto, come sempre, sarà la città e i romani.