Coin Termini, l’inchiesta sui presunti furti e la linea difensiva della cassiera: “Non sono una ladra”

Roma Termini, la Coin

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La stazione Termini non è solo un nodo ferroviario: è una vetrina di Roma e, insieme, un punto in cui si misura quotidianamente la credibilità delle regole. Proprio qui, nel punto vendita Coin interno allo scalo, la Procura ha acceso i riflettori su una vicenda che intreccia lavoro, controlli e reputazione delle istituzioni. Al centro dell’indagine c’è una cassiera accusata di decine di episodi e di una presunta sparizione complessiva quantificata in 300 mila euro.

Le immagini e l’accusa: capi non pagati e sconti contestati

A dare forza alle contestazioni investigative sarebbero alcune riprese video: secondo quanto riferito, mostrerebbero la dipendente mentre fa passare capi d’abbigliamento senza il pagamento alla cassa, anche in favore di carabinieri e poliziotti. Per questo la Procura ha chiesto l’arresto. Un elemento che, sul piano pubblico, pesa più di altri: quando in un fascicolo entrano soggetti in divisa, la questione supera la dimensione privata e diventa immediatamente tema di trasparenza e responsabilità, anche se ogni posizione resta individuale.

La versione della cassiera davanti al gip: «Solo leggerezze»

Davanti al giudice per le indagini preliminari, la donna ha scelto la strada delle dichiarazioni spontanee. È arrivata in aula con occhiali scuri e un atteggiamento segnato dalla tensione, respingendo l’idea di un disegno criminale: «Non sono una ladra», ha detto, negando di essere responsabile della sparizione contestata. Ha però ammesso «alcune leggerezze», spiegando di aver fatto “favori ad amici” applicando prezzi più bassi tramite la propria carta sconti, senza riconoscere l’esistenza di furti.

Il nodo politico: controlli, prassi e credibilità del sistema

La difesa – affidata agli avvocati Carlo Testa Piccolomini e Irene Bisiani – insiste su una lettura che prova a riportare la vicenda nell’alveo di irregolarità interne più che di appropriazione. Anche sul tema delle placche antitaccheggio, la cassiera parla di “prassi”: rimozione della tacca e consegna successiva della merce al cliente. È qui che l’inchiesta diventa, indirettamente, un test per l’organizzazione: quanto sono solidi i protocolli nei grandi spazi commerciali di snodo pubblico? E chi garantisce che le procedure non diventino zone grigie?

Una seconda dipendente coinvolta e l’attesa della decisione

Nella stessa giornata è comparsa davanti al gip anche un’altra cassiera, impiegata in un negozio sempre dentro la stazione: per lei vengono contestati quattro episodi, tra cui il furto di un maglione. In lacrime, avrebbe ammesso un solo errore, sostenendo che sugli altri tre casi vi sia un equivoco investigativo. Ora la partita è nelle mani del gip, chiamato a decidere se accogliere le richieste della Procura: una scelta che, oltre alle responsabilità personali, inciderà sul messaggio di rigore che Roma pretende nei luoghi simbolo del suo passaggio quotidiano.