Dopo Amatrice, Charlie Hebdo colpisce ancora: la vignetta sulle vittime di Crans-Montana
La matita di Charlie Hebdo colpisce ancora dove il dolore è più vivo. Al centro della polemica, l’ultima vignetta firmata dal fumettista Salch sulla strage di Crans-Montana, l’incendio nel bar Le Constellation che a Capodanno è costato la vita a 40 persone, tra cui sei giovanissimi italiani. Il settimanale satirico ha scelto di giocare con il titolo di un film cult francese, trasformando “Les Bronzés font du ski” in un agghiacciante «Les brûlés font du ski» (Gli ustionati sciano). Definire “commedia dell’anno” una tragedia avvenuta durante un giorno di lutto nazionale non è solo una scelta editoriale estrema, ma appare come un insulto deliberato alla memoria di chi non c’è più.
Charlie Hebdo e il precedente di Amatrice: una ferita mai rimarginata
Per gli italiani, questa nuova provocazione non è un episodio isolato, ma riapre una ferita mai del tutto guarita: quella della vignetta sul terremoto di Amatrice. Era il 2016 quando la rivista francese raffigurò le vittime del sisma come strati di una “lasagna” e “penne al sugo”, con i corpi sepolti dalle macerie paragonati a ingredienti culinari. Persino l’Ambasciata di Francia in Italia prese le distanze dal periodico. Il giornale rispose con un secondo disegno ancora più duro. Scrisse che le case non le costruiva Charlie, ma la Mafia. Anche allora, come oggi per Crans-Montana, il cinismo venne spacciato per libertà d’espressione. La critica che emerge oggi è la stessa di allora: esiste un limite invalicabile dove la satira smette di colpire il potere e inizia a umiliare chi soffre, riducendo il dramma di un innocente a un banale pretesto per una macabra ironia.
La satira francese contro la sensibilità italiana e svizzera
Il confronto tra i due episodi evidenzia un “metodo” comunicativo che sembra nutrirsi del dolore altrui per generare clamore mediatico. Se nel caso di Amatrice la reazione fu una corale denuncia per diffamazione e un senso di tradimento profondo verso un giornale che l’Italia aveva difeso dopo l’attentato terroristico del 2015, il caso di Crans-Montana conferma un accanimento che molti lettori definiscono “disumano”. Sui social, i commenti degli utenti italiani e svizzeri convergono: non è la censura a essere invocata, ma il rispetto. La satira dovrebbe essere uno strumento di riflessione sociale, ma quando si riduce a ridicolizzare 40 ragazzi morti in un incendio, perde la sua funzione civile per diventare puro sciacallaggio mediatico.
Libertà di espressione o mancanza di umanità?
L’episodio di Crans-Montana solleva nuovamente il dibattito sulla natura della satira di Charlie Hebdo. Se da un lato la testata rivendica il diritto di non avere tabù, dall’altro la reiterazione di vignette macabre su tragedie che coinvolgono civili e giovani vite appare come una ricerca disperata di visibilità attraverso lo shock. Il legame tra il fango sulle vittime di Amatrice e il sarcasmo sugli ustionati in Svizzera delinea un profilo editoriale che sembra aver perso il contatto con l’empatia. In un contesto mediatico sempre più spietato, la domanda resta aperta: è davvero necessario calpestare la dignità delle vittime per difendere la libertà di stampa?