Epatite A a Roma, i casi nel Lazio salgono: cosa sapere prima di Pasqua tra sintomi, controlli e cibi a rischio

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Sono 120 i casi registrati nel Lazio dall’inizio del 2026, di cui circa 50 a Roma e 24 in provincia di Latina. A livello nazionale, l’Istituto Superiore di Sanità segnala un nuovo rialzo nei primi tre mesi dell’anno, con 160 casi notificati al 24 marzo, e indica Lazio, Campania e Puglia come le aree più coinvolte. Non è il quadro di un’emergenza fuori controllo, ma è abbastanza per imporre prudenza, sorveglianza e una maggiore attenzione alle abitudini alimentari, soprattutto in vista delle festività pasquali.

Le fonti istituzionali indicano una linea chiara

Il punto, oggi, è evitare sia il panico sia la sottovalutazione. Le fonti pubbliche convergono su una linea precisa: informare i cittadini, rafforzare i controlli e monitorare l’andamento dei contagi. L’ISS/Epicentro collega l’aumento dei casi 2026 soprattutto al consumo di frutti di mare. La Regione Campania, con un comunicato ufficiale del 19 marzo, ha annunciato controlli più stretti sulla filiera dei molluschi bivalvi. Nel Lazio, intanto, l’Asl di Latina ha attivato una task force, mentre Fimmg Roma ha reso noto l’invio di un alert ai medici di famiglia dell’area romana e laziale.

Il rischio passa soprattutto dalla tavola

L’epatite A è un’infezione acuta del fegato causata dal virus HAV e si trasmette per via oro-fecale, cioè attraverso acqua o cibi contaminati, oppure per contatto stretto con una persona infetta. Nella trasmissione alimentare, i documenti ufficiali richiamano soprattutto l’attenzione su molluschi bivalvi crudi o poco cotti, ma anche su acqua contaminata, frutta e verdura non trattate correttamente. È un punto centrale, perché proprio il consumo alimentare resta il principale fattore di rischio evidenziato nei dati più recenti.

I sintomi da non trascurare

L’aspetto più insidioso è che il contagio può avvenire anche prima della comparsa dei sintomi. La Regione Campania ricorda che il virus può essere presente già 7-10 giorni prima dell’esordio clinico, mentre il periodo di incubazione varia in genere tra 15 e 50 giorni. I segnali più frequenti sono febbre, malessere, nausea, dolori addominali, urine scure e ittero; nei bambini, in alcuni casi, l’infezione può anche decorrere senza segni evidenti. Per questo, dopo un pasto a rischio o in presenza di sintomi compatibili, il passaggio decisivo resta il contatto rapido con il medico.

Pasqua, le precauzioni utili senza allarmismi

Il messaggio di servizio è semplice: non serve cambiare radicalmente le abitudini, ma occorre più attenzione. Le indicazioni ufficiali raccomandano di evitare il consumo di molluschi crudi o appena scottati e di proseguire la cottura fino a quando il prodotto risulta ben cotto in modo uniforme. La nota della Asl di Latina richiama inoltre l’importanza dell’igienizzazione accurata delle mani e del consumo di alimenti ben lavati e correttamente preparati. In una fase come questa, la prevenzione passa più dai comportamenti quotidiani che dai toni allarmistici.

Sorveglianza e controlli saranno decisivi

Nelle prossime settimane sarà il monitoraggio a dire se il fenomeno resterà circoscritto oppure richiederà ulteriori misure. Per ora, il quadro racconta di controlli rafforzati, comunicazioni ai medici del territorio e verifiche più serrate sulla filiera alimentare. È il segnale di una sanità che prova a muoversi prima che il problema si allarghi. E per i cittadini il punto resta uno: seguire fonti affidabili, osservare i sintomi e prestare più attenzione a ciò che arriva in tavola.