Femminicidio di Anguillara, la confessione del marito non convince i magistrati: l’ombra di un complice
Anguillara, Claudio Carlomagno ammette di aver ucciso la moglie Federica Torzullo, ma la sua versione – più che chiudere il caso – sembra aprire una nuova stagione di domande. Dice di aver agito “per paura di perdere il figlio”, in un’escalation nata durante una discussione sulla separazione. Una spiegazione che, però, non convince né la Procura di Civitavecchia, ne i Carabinieri di Anguillara, né i familiari della vittima: per chi conosceva Federica, l’idea che volesse “sottrarre” il bambino al padre suona come una narrazione costruita a posteriori.
Il dettaglio che pesa: quel citofono alle 7.08
Nella ricostruzione dell’uomo, tutto sarebbe accaduto in una finestra strettissima tra le 6.30 e le 7.15 del 9 gennaio: lite, aggressione, pulizia della casa, spostamento del corpo, cambio d’abiti e partenza. Troppo, troppo in fretta. A rendere la scena ancora più inquietante c’è un dettaglio che sembra uscito da un thriller: mentre in casa si consumava la tragedia, il padre di Carlomagno avrebbe citofonato, restando ad aspettare per diversi minuti, ignaro di ciò che stava succedendo dietro quella porta. Un elemento che, da solo, obbliga gli investigatori a rimettere mano alla cronologia minuto per minuto.
Il fantasma di un complice e la pista della premeditazione
È qui che l’inchiesta cambia passo. Gli inquirenti non escludono che l’omicidio possa essere stato premeditato o che qualcuno abbia aiutato a “sistemare” la scena. Un’ipotesi rafforzata da un elemento specifico: circa sette ore dopo, Carlomagno sarebbe rientrato in casa insieme a un’altra persona, ancora non identificata. Un dettaglio che pesa come un macigno. Perché in casi del genere la differenza tra panico e pianificazione si misura nei gesti, nei tempi, nelle presenze. E perché l’idea del “delitto d’impulso” rischia di reggere poco davanti a una gestione così metodica delle ore successive.
Tre giorni col bambino e il depistaggio
L’aspetto più disturbante, però, non è solo ciò che accade nelle prime ore. Secondo quanto emerso, dopo l’omicidio l’uomo avrebbe tenuto il bambino a casa per tre giorni. E non basta: sarebbe stato utilizzato il telefono della donna per inviare messaggi e costruire una falsa normalità, come se Federica fosse ancora viva. Nel frattempo, il corpo verrà ritrovato solo il 18 gennaio, a distanza di giorni dalla scomparsa, in un’area riconducibile all’azienda di famiglia. Una catena di comportamenti che, più che un “raptus”, assomiglia a un controllo lucido del post-delitto: cancellare tracce, guadagnare tempo, confondere le acque, rinviare la verità.
Il punto politico: quando la separazione diventa terreno di rischio
In questa storia c’è un messaggio che supera la cronaca giudiziaria. La separazione, quando è attraversata da possessività, rancore e paura di perdere potere, può diventare un detonatore sociale. Ed è proprio qui che il tema diventa politico: perché la violenza di genere raramente nasce dal nulla, spesso cresce in un contesto di dominio emotivo e di controllo, dove l’autonomia della donna viene vissuta come un affronto. La confessione di Carlomagno, oggi, non basta a chiudere il cerchio: resta una scia di domande sul movente reale, sui tempi troppo compressi, sul possibile aiuto esterno. E resta soprattutto un dato enorme: Federica non c’è più, mentre la comunità è costretta ancora una volta a fare i conti con una cultura che fatica ad accettare la libertà come diritto, e non come concessione.