Fiera di Roma, dal Tribunale 41 milioni di maxi risarcimento per “Vizi strutturali”: ma ora serve trasparenza su debiti, cantieri e tempi

Fiera di Roma, ingresso

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Roma, un maxi indennizzo pari a circa quarantuno milioni di euro di risarcimento sono stati consegnati a marzo 2025 da Generali a Investimenti spa, società partecipata al 19% dal Campidoglio, per i vizi strutturali della nuova Fiera di Roma. Il pagamento ha avuto luogo sulla base di una precedente sentenza della Corte di Appello di Roma.

Perché quei soldi “parlano” anche al Campidoglio

È stata la stessa Giunta capitolina a ricostruire la vicenda in una deliberazione di fine febbraio 2026, richiamando l’incasso assicurativo e collegandolo alla necessità di rimettere in carreggiata un’infrastruttura strategica della città. Una vicenda dai contorni giganteschi e per certi versi rocamboleschi passata anche per le mani della Camera di Commercio di Roma.

Il contesto: danni strutturali “ultra-decennali”, un caso civile prima che tecnico

Il punto politico, però, è molto semplice: il risarcimento nasce da una polizza decennale postuma, cioè lo strumento assicurativo previsto proprio per coprire i guasti gravi che emergono dopo la consegna di grandi opere. Il fatto che si arrivi a decine di milioni per “gravi vizi costruttivi” racconta un problema che si trascina da più di un decennio e che, inevitabilmente, tocca due nervi scoperti. La qualità delle grandi infrastrutture e la capacità delle istituzioni di pretendere responsabilità e soluzioni, senza lasciare che tutto si perda nei tempi lunghi.

“Risanamento strutturale”: la promessa c’è, il piano dov’è?

Nella delibera della Giunta Gualtieri compare una formula che vale più di molte conferenze stampa: “investimenti finalizzati al risanamento strutturale” del quartiere fieristico. È una frase che apre un capitolo: lavori, priorità, tempi, cantieri, controlli.

Eppure, guardando alle informazioni pubbliche disponibili, non emergono con evidenza immediata procedure di gara “in corso” riconducibili a un piano di risanamento post-incasso. Non è una prova di assenza di interventi, ma è un segnale. Se la strategia è davvero “risanare”, la filiera di atti, gare e cronoprogrammi dovrebbe essere già visibile e comprensibile.

Il debito che resta sullo sfondo: 84 milioni e una “soglia minima” da rispettare

C’è poi l’altra domanda, quella meno popolare ma decisiva: quanto di quei 41 milioni finirà a coprire il passato? La documentazione ricostruisce un debito residuo importante (nell’ordine di 84 milioni) e un accordo che lega la sostenibilità della società alla valorizzazione di asset e a scadenze negoziate con il creditore. In parallelo si fa riferimento a un aggiornamento dell’accordo, con proroga e con una soglia minima (“floor”) aumentata. Roma Capitale ha una quota intorno al 19%: tradotto, l’esposizione è anzitutto societaria, ma la posta pubblica è evidente.

Le domande (politiche) che il Campidoglio non può evitare

Qui non servono toni enfatici. Servono risposte in piena trasparenza. Prima: quei 41 milioni saranno assorbiti soprattutto da vecchi debiti o diventeranno davvero cantieri di risanamento strutturale? Seconda: esiste un piano pubblico — con opere, importi, tempi e responsabilità — e il Campidoglio intende renderlo conoscibile, non solo “approvabile” a posteriori? Terza: se la parola d’ordine è trasparenza, perché non pubblicare un quadro semplice: quanto entra, quanto va ai creditori, quanto resta per gli interventi, quali gare partiranno e quando? Perché su infrastrutture di tale portata, la fiducia dei cittadini non si chiede: si documenta. Carte alla mano.