Fontana di Trevi a pagamento: Roma mette il ‘tornello’: si pagherà con bancomat, on line o all’info point

Fontana di Trevi, foto dal Post di Ilian Rachov sul gruppo Via Veneto e Rione Ludovisi on Facebook

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Roma, la notizia è ormai ufficiale e fa rumore: dal 1° febbraio 2026 per avvicinarsi davvero alla Fontana di Trevi – non guardarla da lontano, ma entrare nell’area “riservata” davanti al catino – i turisti dovranno pagare un ticket. Un passaggio che sembra piccolo (si parla di pochi euro). Ma che politicamente pesa come un macigno. Roma mette un ‘prezzo’ alla sua cartolina più celebre, quella che il mondo credeva eterna e libera. E mentre in Campidoglio la chiamano “gestione dei flussi”, fuori sembra l’anticamera di una città trasformata in corridoio commerciale.

Il trucco della velocità: “30 secondi” e sei dentro

La promessa è seducente: niente caos, niente code infinite, niente assalti alla balaustra. Il nuovo sistema punta tutto sulla rapidità. Un click online, oppure l’acquisto in presenza, fino alla soluzione più “moderna” e spigolosa insieme: paghi sul posto solo con carta o wallet, in tempi stimati da record, “circa 30 secondi”. Il messaggio implicito è chiaro: la Fontana diventa un’esperienza a scorrimento, come un gate. Non un luogo da vivere, ma un accesso da ottimizzare.

La città divisa in due: chi entra e chi resta fuori

Ed è qui che la faccenda smette di essere organizzazione e diventa politica. Perché una cosa è regolare i flussi, un’altra è riscrivere l’idea stessa di spazio pubblico: a Roma nasce una nuova frontiera invisibile, fatta di file separate, controlli, scanner, “sei già dentro o devi comprare?”. L’ingresso, secondo le ricostruzioni, verrebbe incanalato da via della Stamperia, con un percorso che cambia perfino la geografia emotiva del centro storico: la Fontana non è più “di tutti”, è di chi può accedere in quel momento, con quel metodo, a quelle condizioni.

Non è solo Trevi: il domino sui musei e sulla Roma “a consumo”

Il Campidoglio la presenta come una strategia più ampia: insieme a Trevi, anche cinque musei finora gratuiti entrano nel circuito a pagamento per i non residenti. Intanto, ai romani viene allargata la rete dei luoghi gratuiti, dai grandi musei civici ad aree archeologiche. Sulla carta sembra una compensazione. Ma nella sostanza emerge un disegno: Roma distingue sempre più tra cittadini e pubblico pagante, trasformando il turismo in una leva fiscale e la cultura in una macchina di selezione. E se oggi tocca a Trevi, domani chi garantisce che non sarà la normalità?

La domanda che resta: protezione o resa al turismo di massa?

Il punto non è il costo del biglietto. Il punto è il precedente. Mettere a pagamento l’accesso ravvicinato alla Fontana di Trevi significa accettare che il simbolo della Roma aperta, teatrale, gratuita, venga gestito come un servizio a prenotazione. È un’idea di città che cambia pelle: più controllata, più “vendibile”, forse più ordinata, ma anche più fredda. E mentre si parla di decoro e sicurezza, la sensazione – difficile da scacciare – è che Roma stia facendo la cosa più romana e più triste insieme: monetizzare ciò che dovrebbe appartenere a tutti.