Forza Italia, Barelli ‘promosso’ sottosegretario lascia la Camera e attacca i Berlusconi: slittano i congressi territoriali

Da sinistra, Tajani, Barelli e Marina Berlusconi

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Il ‘caso Barelli’, ‘costretto’ alle dimissioni da capogruppo alla Camera di Forza Italia su pressioni della famiglia Berlusconi, non è un episodio isolato. È stato il segnale più chiaro di una tensione che dentro Forza Italia covava da settimane, ‘esplosa’ subito dopo la batosta sul referendum. Il 13 aprile Paolo Barelli ha lasciato la guida dei deputati azzurri e, uscendo di scena, ha lanciato una frase che pesa più di molte note ufficiali: i partiti, ha detto in sostanza, si guidano da dentro. Un messaggio rivolto ai fratelli Berlusconi che da tempo spingono per un cambio di passo e per una classe dirigente meno chiusa e più larga.

Dietro l’uscita, la linea del rinnovamento

La mossa su Barelli arriva infatti dopo giorni di pressione interna e dopo il vertice di Cologno Monzese tra Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, Marina e Pier Silvio Berlusconi. La famiglia del fondatore vuole pesare di più sulla rotta del partito. Barelli ha capito che il vento era cambiato e ha scelto di lasciare, con tanto di promozione a sottosegretario, ma lo ha fatto togliendosi più di un sassolino dalla scarpa.

Il precedente che aveva già aperto la crepa

Prima di Barelli, però, c’era già stato il ‘caso Gasparri’. Il 25 marzo Claudio Lotito aveva avviato una raccolta firme per sostituire Maurizio Gasparri come capogruppo al Senato. Il giorno dopo è arrivato l’avvicendamento: fuori Gasparri, dentro Stefania Craxi. Formalmente un cambio normale, politicamente molto meno. Perché quel passaggio è apparso subito come un avviso ai vertici storici del partito e come il primo vero colpo inferto al vecchio equilibrio azzurro.

Il nodo Lotito che il partito non può ignorare

Ed è qui che il nome di Lotito è diventato centrale. Non solo per il suo attivismo interno, ma per il peso che si porta dietro fuori dal palazzo. Mentre Lotito si muoveva contro Gasparri, difatti, attorno al suo nome continuavano proteste pubbliche, manifesti e slogan contro Forza Italia, fino alla scritta “Finché c’è Lotito non avrete il nostro voto”. E che Lotito fosse un candidato da gestire con ‘cautela’ forse era ben noto a Forza Italia, visto che proprio Lotito, nato a Roma, fu candidato per il Senato nel Collegio Uninominale I – Molise.

Non è solo una faida, è un problema di credibilità

La verità è che il caso Barelli e il precedente Gasparri raccontano la stessa storia. Forza Italia sta cercando una nuova guida politica, ma nel farlo espone tutte le sue fragilità. Barelli ha reagito attaccando il metodo. Gasparri è stato spinto fuori nel pieno della burrasca, ma ha scelto il silenzio. Lotito, invece, si è mosso da protagonista, ma con un carico di divisioni che rende la sua offensiva politicamente ingombrante. Per un elettore moderato, il punto non è chi vince il braccio di ferro interno: il punto è capire se il partito ha ancora una linea oppure solo una resa dei conti permanente.

Il rischio vero per gli azzurri

Il rischio, a questo punto, non è soltanto un cambio di nomi. È che Forza Italia appaia come un partito in cui le decisioni arrivano dopo le sconfitte, sotto pressione e sempre con qualcuno da colpire. Barelli oggi, Gasparri ieri. Se il rinnovamento passa per scontri interni, veleni e figure divisive, allora il messaggio agli elettori si indebolisce. E Lotito, più che la soluzione, finisce per somigliare al simbolo di questo cortocircuito.

Slittano i congressi territoriali

A rendere il quadro ancora più fragile c’è, infine, anche lo slittamento dei congressi territoriali di Forza Italia, frenati per evitare che la resa dei conti interna esploda anche nei territori.

La linea emersa in queste ore è semplice: andare avanti solo dove c’è unità, rinviando invece le sfide locali più divisive e politicamente più pesanti.

È il segno di un partito che, prima ancora di rilanciarsi, è costretto a mettere in sicurezza i propri equilibri interni che traballano fortemente.