“Great British Nuclear”: Boris Johnson vede lungo e costruisce altre 7 centrali nucleari

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Boris Johnson vede lungo e progetta altre centrali nucleari. Il Regno Unito prevede di costruire fino a sette nuove centrali nucleari entro il 2050 come parte degli sforzi per sviluppare le proprie fonti di elettricità. Per non fare affidamento su Paesi terzi o fonti di energia non rinnovabili, secondo il Telegraph. Secondo Kwasi Kwarteng, il Segretario di Stato britannico per gli affari, l’energia e l’industria (Beis), in un’intervista al giornale, il Paese sta progettando di costruire “sei o sette” impianti nucleari, due dei quali sarebbero costruiti prima del 2030, e un altro entro il 2024, prima delle prossime elezioni parlamentari. A tal fine, il governo britannico ha istituito un programma, chiamato “Great British Nuclear”, per ridurre la burocrazia e quindi accelerare il processo di pianificazione di nuove centrali nucleari.

L’Inghilterra invidia la Francia e le sue centrali nucleari

Secondo i dati del Dipartimento per gli Affari, l’Energia e l’Industria a cui The Telegraph ha avuto accesso, questi impianti potrebbero produrre tra il 15 e il 25 per cento dell’elettricità del Paese. “L’idea è che, dato quello che Putin sta facendo, non vogliamo vivere in un mondo in cui siamo dipendenti dagli idrocarburi russi. E all’interno di questo, guardo all’eolico offshore, e in particolare al nucleare, come modi in cui possiamo effettivamente avere capacità di generazione di elettricità qui nel Regno Unito”, ha spiegato Kwarteng. Il Segretario di Stato britannico ha anche riconosciuto di essere invidioso della Francia, che genera gran parte della sua elettricità da centrali nucleari. “È costato loro una fortuna, ma ha dato loro una misura di indipendenza che è invidiata, francamente, da altri popoli del continente”, ha confessato.

Anche Confindustria pensa che l’Italia debba ripensare la sua strategia energetica

Confindustria pensa che anche l’Italia debba cambiare passo. Poiché la conclusione della guerra avrebbe l’effetto di attenuare gli impatti economici ma non di azzerarli, saranno cruciali le politiche pubbliche del Governo italiano e delle istituzioni europee. Politiche con cui ridurre gli effetti economici della guerra su imprese e famiglie. E’ il rapporto di primavera di Confindustria a sollecitare interventi di alleggerimento economico. “Meno efficaci e più tardive saranno le misure adottate, peggiori saranno le conseguenze per l’economia”, dicono. Tra questi interventi rientrano soprattutto “le scelte di diversificazione dell’import di energia e il cambio di mix energetico”. Il conflitto “coglie l’Italia in una situazione in cui il mix tra fonti energetiche disponibili la rende più vulnerabile a situazioni estreme di riduzione o blocco delle forniture”.

Italia troppo sottoposta all’import

In Italia, infatti, si usa molto più gas naturale che altre fonti, rispetto alle altre economie europee. Il problema è che la gran parte di tale gas è importato, in misura significativa proprio dalla Russia. “Questa dipendenza suggerisce che la politica energetica in Italia, e in Europa, possa e debba percorrere diverse strade, ognuna delle quali può apportare un contributo importante. Nel breve e medio periodo è importante aumentare l’estrazione domestica di gas e la diversificazione delle importazioni, riducendo la quota della Russia. E, eventualmente, riprendere temporaneamente la generazione elettrica a carbone”, scrive il Csc.

Perché non valutare il nucleare?

Nel lungo periodo, invece, occorre accrescere l’indipendenza energetica. Come? Aumentando la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e la bio-energia. E poi, dice timidamente Confindustria,  ripensando al nucleare che peraltro è, già oggi, una fonte di produzione dell’energia elettrica importata.

(Foto: hipstamp)