Il basket dell’NBA a Roma, il Centrale del Foro Italico diventa un’arena: ma i vincoli lo permettono?
Roma, il Campo Centrale del Foro Italico avrà una copertura retrattile entro il 2027 e una configurazione da 13.500 posti, numeri da palazzetto internazionale, parola dell’Amministrazione comunale, diffusa da varie testate nazionali. Non è più solo un’idea da rendering, ma un progetto che Sport e Salute ha rimesso sul tavolo con una tempistica precisa: lavori al via dopo gli Internazionali 2026, obiettivo consegna entro l’estate 2027. Il messaggio politico è chiarissimo: prima ancora della squadra, serve il “tempio”.
Dietro l’annuncio, la vera domanda: si può “toccare” il Foro Italico?
Qui inizia la parte delicata, quella che nessuno dice in modo troppo diretto: il Foro Italico non è un’area qualunque. È un luogo monumentale, con un’identità architettonica e simbolica che lo Stato ha blindato da tempo con tutele specifiche. In parole semplici: non basta volerlo trasformare, bisogna convincere chi vigila sul suo volto. E quei guardiani si chiamano vincoli e Soprintendenza. Il complesso è infatti sottoposto a tutela monumentale e ogni modifica “pesante” rischia di diventare un braccio di ferro istituzionale.
La corsa contro il tempo: Roma vuole l’NBA, ma il calendario non aspetta
Il punto è che l’orizzonte non è più lontano: la NBA e la FIBA hanno confermato che il progetto di una nuova lega europea continua e che da gennaio ripartono i colloqui con club e gruppi di proprietari interessati.
E allora Roma prova a muoversi sull’unica leva che può controllare davvero: l’infrastruttura. Anche perché l’idea non è “solo” coprire un campo: l’ambizione è fare del Centrale un impianto vivo, operativo per molti più giorni l’anno, aperto a sport ed eventi, con un investimento che ruota intorno ai 60 milioni.
Il precedente che inquieta tutti: lo stadio della Lazio e l’incubo Flaminio bis
Se vi sembra una storia già vista, non è un’impressione. Il caso dello stadio della Lazio al Flaminio insegna che quando entri nel territorio dei siti storici, “stravolgere” è una parola che pesa come un macigno. Lo Stadio Flaminio è un bene culturale e ogni ipotesi di rilancio si scontra con la tutela, con comitati, con interpretazioni, con tempi che divorano gli entusiasmi. Persino il principio di base – “non si vende un bene tutelato” – è diventato terreno di scontro pubblico.
E allora la domanda torna: il Centrale farà davvero la rivoluzione, o finirà ostaggio della sua stessa storia?
Il crescendo finale: sogno globale o resa ai vincoli?
C’è un dettaglio che spiega quanto Roma stia provando a cambiare passo: il Foro Italico non si sta muovendo solo sul Centrale. Nei piani recenti si parla di nuovi campi, ampliamenti e nuove strutture che ridisegnano l’area, come raccontato anche dalla stampa locale.
È una strategia: trasformare un luogo “stagionale” in un distretto permanente, e farlo diventare la vetrina di una Capitale che vuole tornare decisiva nello sport mondiale. Ma il vero test sarà uno solo: riuscire a innovare senza violare l’identità del Foro. Perché se il tetto arriva, Roma cambia categoria. Se si blocca tutto, resterà una promessa da conferenza e un’occasione persa con vista NBA.