Il Nobel al Wfp riapre il caso: quante occasioni perse per Roma per colpa della Raggi

Nobel Roma

«Spesso in Italia e a Roma non ci rendiamo conto dell’eccellenza che siamo. Con questo Nobel, ce l’hanno voluto dire da fuori. Roma è una delle grandi capitali delle Nazioni Unite – abbiamo la FAO, il WFP, l’IFAD che è l’agenzia per lo sviluppo agricolo – ma noi la valorizziamo poco anche sotto questo aspetto di player strategico nel mondo». L’intervista di Francsco Rutelli al Messaggero evidenzia un verità assoluta che avevamo dimenticato, annichiliti dall’ignavia della giunta Raggi.

La Capitale ha, infatti, una storia che non ha paragoni, le sue potenzialità sono sotto gli occhi di tutti. E il Nobel, che indirettamente, arriva a Roma è l’ulteriore conferma. È noto a tutti, tranne a chi la sta amministrando. Ecco perché il Nobel per la Pace al Wfp, che ha il suo quartiere generale a Parco de’ Medici, è un’occasione per ricordare le occasioni perdute in questi anni.

Troppo facile, ora, trincerarsi dietro l’emergenza Covid. La crisi è antecedente. E nasce sin dall’insediamento della giunta grillina.  L’elenco è lungo ed è un atto d’accusa per la giunta Raggi. Partiamo da giornali e tv? I media hanno traslocato armi e bagagli verso Milano. Sky, Il Giornale, Libero, Gazzetta dello Sport e Mediaset hanno infatti abbandonato Roma. Cosa c’entra la Raggi? A nessuno sfugge che il colpo di grazia sia stato dato dalla ritiro dalla corsa per le Olimpiadi 2024. Mai giornali e tv avrebbero abbandonato Roma in prossimità di un evento che avrebbe ricevuto una copertura mondiale. La sindaca definì all’epoca atto “irresponsabile” quello di una candidatura ai Giochi. Ma, in verità, irresponsabile fu rinunciare a un’occasione di rilancio pressoché unica. E chi ha qualche obiezione vada a leggersi cosa hanno rappresentato le Olimpiadi del 1960 per la Capitale. solo sotto il profilo urbanistico.

Il Nobel all’agenzia con sede a Roma dà il via all’elenco dei rimpianti

Ma la fuga dalla Capitale non ha riguardato solo l’industria dei media. E qui la Raggi è solo una concausa, con la sua latitanza politica e amministrativa. Prendiamo la Esso. Il ramo italiano del gruppo Exxon Mobil, ha avviato le procedure per trasferire una parte dei dipendenti in Liguria. Nei giorni scorsi, i sindacati hanno scritto una lettera denunciando «una nuova ristrutturazione delle attività che equivale a circa 130 esuberi, la probabile chiusura della sede storica di Roma con una prevedibile diaspora dei colleghi della sede centrale ma soprattutto la certezza che questo processo è già deciso e non sembra esserci spazio per nessuna azione correttiva».

Identica situazione per la crisi dei call center. Ha lasciato pesanti ferite la chiusura di Almaviva, che ha lasciato senza stipendio e ammortizzatori da un giorno all’altro migliaia di romani. Altre 180 persone sono rimaste a spasso per il fallimento di Eldon, la società che a Roma controllava il marchio Trony e i suoi 8 punti di vendita. Senza contare la annosa crisi dell’Alitalia con i suoi 12.500 dipendenti in bilico. Ma non c’è settore che non ne abbia risentito. Dal chimico farmaceutico a settori come quello dello sharing: ultimo in ordine di tempo il gruppo Cityscoot. Anche l’Eni, sta sottotraccia spostando da tempo attività da Roma verso il Nord. Ma non c’è settore che non sia stato smantellato. Basta fare un giro su quel che resta di “Tiburtina Valley”. Un tempo punto di riferimento per le aziende tecnologiche, oggi ricettacolo di giocatori d’azzardo grazie al proliferare delle sale slot.

Il premio Nobel per la Pace al Wfp è quindi un segnale (indiretto) per Roma. Ed è un promemoria per i romani. Se la Capitale vuole salvarsi dalla “morta gora” dove l’ha condotta la giunta grillina, il prossimo trasloco non deve essere quello di una grande azienda, ma quello della Raggi: dal Campidoglio direttamente a casa.

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