Il Sant’Andrea, ora, non cura più il tumore al cervello

Sant’Andrea

È davvero difficile capire che cosa succede alla regione Lazio, dove un direttore generale decide di cancellare una delle cose più belle, innovative, intelligenti realizzate all’ospedale Sant’Andrea.

Appena un anno dopo l’apertura, fu realizzata la BranSuite, ovvero una delle più moderne tecnologie – all’epoca c’erano solo in America se la memoria non tradisce – per la cura dei tumori al cervello.

Al Sant’Andrea un fiore all’occhiello per la sanità

Era un fiore all’occhiello per la sanità laziale. Quella camera operatoria – è scritto persino in un documento ufficiale della regione approvato alla Pisana – permette “al chirurgo di raggiungere la lesione cerebrale con altissima precisione”.

Ebbene, la BranSuite aveva una autonomia decennale per la manutenzione. Che ha fatto la regione Lazio col nuovo arrivo alla direzione generale del Sant’Andrea? Se ne è disfatto con immediatezza. E questo nonostante proprio il consiglio regionale avesse impegnato la giunta Zingaretti a riattivarla “nella sua massima efficienza e sicurezza nel trattamento dei tumori cerebrali”.

Le rassicurazioni di D’Amato a Righini (Fdi). Ma….

Fu Fratelli d’Italia a porre la questione all’Aula con un ordine del giorno illustrato da Giancarlo Righini. Era la seduta dello scorso 21 gennaio e intervenne anche l’assessore alla sanità D’Amato, che propose di riformulare il testo affinché si prevedesse il consenso della dirigenza dell’ospedale.

Tutto bene, il documento fu approvato e che succede? A mettersi di traverso è stato proprio il neo direttore generale reclutato dal nord.

La cura dei tumori al cervello è importante, crediamo

A volte, sembra che ci sia il complesso della rimozione – nella giunta Zingaretti – di quello di positivo che è avvenuto nella regione Lazio. Ma privare addirittura i malati che andavano in quell’ospedale proprio perché attratti da una tecnologia di assoluto livello, appare una stupida vendetta. Incomprensibile.

Quando abbiamo appreso della decisione del direttore generale – avvenuta, pare, ai primi di marzo – non volevamo crederci. E abbiamo tentato di trovare la delibera con cui ha disposto lo smantellamento della BranSuite. Niente da fare, prima della seconda decade di aprile è una specie di atto secretato e non si capisce perché.

Stara’ all’assessore D’Amato spiegare anche questa prodezza dell’amministrazione regionale del Lazio, la rinuncia ad una tecnologia che ancora oggi conserva il suo valore, ovviamente se non lasciata andare.

Ormai non vale più nemmeno la pena di esprimere indignazione. Ma restano amarezza e stupore per decisioni prese alla chetichella e nonostante il valore di un voto del consiglio regionale. Un signore importato da un’altra regione è più importante dell’assemblea e pure dello stesso assessore alla sanità che pure avrebbe potuto dire di no in consiglio e non lo ha fatto. Anzi.

Il retropensiero è che si sia voluto lasciare il lavoro sporco al manager dell’ospedale. Sta ad Alessio D’Amato o ancora meglio a Nicola Zingaretti chiarire che cosa è successo. Perché finora lo staff della regione si è specializzato nel diffondere balle sul passato e silenzi sulle scomodità del presente. Così non va affatto bene.

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