Italia, ora servono Paolo Maldini e Roberto Baggio: perché la Nazionale non può rinascere (davvero) con Mancini o Conte

Da sinistra, Roberto Baggio e Oaolo Maldini

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Dopo la nomina di Giovanni Malagò alla guida della Figc, per l’Italia del calcio arriva il momento più delicato: scegliere chi dovrà rifondare una Nazionale uscita a pezzi dalla terza esclusione consecutiva dalla fase finale dei Mondiali, una cosa mai accaduta prima nella nostra storia. Non è più solo una delusione sportiva. È una ferita culturale. E tra i profili oggi più pesanti, più credibili, più evocativi, c’è Paolo Maldini che sarebbe stato contattato dalla FIGC e a cui sarebbe stata offerta ‘carta bianca’.

Maldini, il nome che può ridare serietà al sistema

Paolo Maldini non è soltanto una leggenda del calcio italiano. È un’idea di calcio. È misura, autorevolezza, competenza, sobrietà, talento allo stato puro. In un Paese che spesso confonde il rilancio con il ritorno dei soliti nomi, Maldini rappresenterebbe qualcosa di diverso: non la nostalgia, ma la possibilità di ricostruire una linea di competenza assoluta e senza limiti. Una Nazionale che ha perso tre treni mondiali di fila non può limitarsi a cercare un allenatore. Deve ritrovare una struttura, una dignità tecnica, una visione.

Il ct conta, ma non basta

Il prossimo commissario tecnico sarà importante, certo. Ma sarebbe un errore pensare che tutto si risolva scegliendo una panchina forte. L’Italia non ha smesso di andare ai Mondiali per colpa di una singola partita, di un singolo ct o di un singolo rigore mancato. Il problema è più largo: riguarda i vivai, la formazione, il rapporto tra club e Nazionale, la capacità di riconoscere e far crescere talento. Maldini, se messo davvero nelle condizioni di lavorare, potrebbe essere il garante di questa ricostruzione.

Mancini e Conte, due grandi che sanno un po’ di ieri

Roberto Mancini e Antonio Conte restano due allenatori di primissimo livello. Mancini ha riportato l’Italia sul tetto d’Europa, Conte ha sempre dato identità e ferocia competitiva alle sue squadre. Però, con tutto il rispetto dovuto a due campioni della panchina, oggi entrambi rischiano di sapere un po’ di “vecchio”. Non perché non siano capaci. Ma perché sembrano risposte già conosciute a una crisi che invece chiede coraggio nuovo.

La soluzione rassicurante non è sempre la migliore

Il calcio italiano ha spesso scelto il nome che tranquillizza. Il volto forte, il curriculum pesante, la formula già sperimentata. Ma dopo tre esclusioni consecutive dai Mondiali, la normalità non basta più. Serve una scelta che costringa il sistema a guardarsi allo specchio.

Il piano Baggio rimasto nel cassetto

A tal proposito, cè poi un tema che torna come un rimpianto: il vecchio piano di rilancio del calcio giovanile proposto da Roberto Baggio ai tempi del suo impegno federale. Un progetto pensato per rimettere al centro tecnica, formazione degli allenatori, vivai e crescita dei giovani ragazzi. È rimasto, di fatto, lettera morta. Forse sarebbe ora che qualcuno lo andasse a ripescare, aggiornandolo al calcio di oggi, ma senza tradirne l’intuizione: ripartire dai campi dove il talento nasce, non solo dagli stadi dove il talento viene consumato.

I vivai sono la vera Nazionale dimenticata

La crisi azzurra non nasce a Coverciano. Nasce molto prima, nei settori giovanili abbandonati troppo spesso a se stessi, nelle scuole calcio dove la tecnica viene sacrificata alla fisicità, nei club che comprano pronto invece di formare con pazienza. La Nazionale è l’ultimo piano del palazzo. Se le fondamenta cedono, il tetto prima o poi crolla. E il crollo, ormai, lo abbiamo visto tre volte.

La vera scelta è smettere di scegliere per abitudine

Per questo Maldini oggi pesa più del semplice nome del ct. Perché potrebbe rappresentare il passaggio dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di un metodo. L’Italia non ha bisogno di un’altra operazione di facciata, né di una bandiera chiamata solo a fare bella figura. Ha bisogno di poteri veri, responsabilità chiare e una linea tecnica riconoscibile. Conte e Mancini restano grandi. Ma Maldini, forse, è il segnale che il calcio italiano potrebbe finalmente smettere di guardare indietro per provare a ricominciare.