La diretta di Lotito sullo stadio Flaminio diventa un referendum social, tifosi contro presidente e stadio: “Vendi”
Roma, la presentazione in diretta dalla sede di Formello del nuovo stadio della S.S. Lazio è in corso nel luogo più esposto e meno controllabile: una diretta su YouTube. È “adesso”, in tempo reale, che il presidente Lotito prova a dettare la linea: promessa di ‘casa propria’, rilancio identitario, investimento sul futuro. Ma il contesto tradisce l’intenzione: la platea digitale non applaude, anzi critica in modo feroce, incalza la proprietà e il presidente stesso. E l’evento, più che consolidare consenso, fotografa una frattura ‘politica’ interna al mondo biancoceleste che sembra insanabile.
Un flop comunicativo che amplifica il conflitto
La regia punta alla solennità, ma l’effetto complessivo assomiglia a un boomerang: una presentazione che, per molti tifosi, sembra un “flop da streaming”, più vicina a un comizio che a un atto di governo sportivo. La chat diventa il vero palcoscenico: “basta”, “vendi”, “parole e basta”, “vattene”, “spegneteje er microfono” scorrono a ritmo continuo, insieme a contestazioni sul mercato e sul bilancio. Il dato non è folcloristico: è la percezione di distanza, ormai strutturale, tra proprietà e base.
Lo stadio come mossa politica, non solo sportiva
Quando parla Claudio Lotito, lo stadio non è mai solo un’infrastruttura. È una leva di potere: rappresenta autonomia, controllo dei ricavi, capacità di interloquire con istituzioni e territori. Per questo l’operazione ha una natura politica: costruire un nuovo “centro” attorno al club, ridefinire rapporti con la città, mostrarsi decisore. Ma la politica, per reggere, ha bisogno di legittimazione. E oggi quella legittimazione appare erosa proprio là dove dovrebbe essere più naturale: nel suo elettorato emotivo, la tifoseria.
Perché il Flaminio è un dossier sensibile per Roma
Il punto geografico e simbolico è l’ex Stadio Flaminio, noto anche come stadio Nervi: un impianto che non è soltanto “disponibile”, ma carico di storia, vincoli, aspettative e conflitti potenziali. Portare lì la Lazio significa spostare baricentro e abitudini rispetto all’Stadio Olimpico, incidere su mobilità e vita di quartiere, negoziare con residenti e amministrazioni. È un progetto che, per natura, chiama in causa la città prima ancora del club: e quindi diventa terreno di confronto tra interessi, narrativa pubblica e consenso.
Il progetto in breve: recupero dell’ex stadio Nervi
L’impianto viene presentato come un recupero “di tutela e trasformazione”: conservare e valorizzare l’opera originaria legata a Pier Luigi Nervi, intervenendo con una nuova struttura funzionale agli standard contemporanei. In termini semplici: si immagina un nuovo stadio costruito “sopra e attorno” al vecchio, mantenendo il carattere architettonico ma inserendo un catino più vicino al campo, coperture e servizi moderni. Obiettivo dichiarato: riportare l’impianto in vita, con sicurezza, comfort e una gestione sostenibile.
Capienza, funzioni e modello economico dell’operazione
Nel racconto della proprietà, il nuovo stadio dovrebbe essere un’arena di grande capienza (nell’ordine delle decine di migliaia di posti), pensata non solo per le partite ma per generare ricavi tutto l’anno: hospitality, aree commerciali, spazi per eventi, servizi e attività sportive collegate. Torna anche il tema dell’“academy”, evocata come pilastro di lungo periodo. Sullo sfondo c’è il costo: una cifra complessiva nell’ordine di alcune centinaia di milioni, che richiede solidità finanziaria e, soprattutto, un patto di fiducia con la comunità.
La frattura con la tifoseria: segnali di rottura profonda
I commenti feroci non sono un incidente di percorso: sono il sintomo di una relazione logorata. Il leitmotiv è netto: “vendi” ricorre come richiesta politica, non solo emotiva. A questo si aggiunge l’accusa di scaricare sui tifosi il peso del “risanamento” e l’irritazione per la distanza tra promessa e percezione dei risultati sportivi. In mezzo, un elemento decisivo: l’idea che la proprietà parli “a” un pubblico che non si sente più rappresentato. Se il conflitto diventa identitario, ricucire è difficilissimo.
Cosa succede ora: istituzioni, tempi e rischio isolamento
Dopo la diretta, la partita vera torna nelle sedi formali: valutazioni, passaggi autorizzativi, compatibilità urbanistiche, confronto con il Campidoglio e con i soggetti coinvolti. Ma l’aspetto politico non è accessorio: un progetto così ambizioso, per camminare, ha bisogno di un consenso minimo attorno al club, non di una guerra permanente. Se la presentazione doveva aprire una fase nuova, il segnale arrivato dalla rete dice altro: lo stadio può anche avanzare sulla carta, ma senza un patto con la sua base rischia di restare un’operazione isolata, contestata e fragile.