L’anziana esule scrive a Montanari: “Professore, mi vergogno di essere sua compatriota”

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Diciamo la verità: se non fosse comparso sui giornali, anche di destra, per questa storia delle foibe… Questo professor Montanari non l’avevo mai inteso nominare. E come penso anche decine di milioni di italiani. Sembra poi che al suo “convegno” a Siena per il Giorno del Ricordo non fossero presenti molte persone. A quanto pare, quello che a questo Montanari dà fastidio è questo “Uso politico della memoria e revanscismo fascista”. Come da titolo di questo incontro, qualsiasi cosa voglia dire. Non è grave e non stupisce. Quelli che utilizzano strumentalmente a fini politici una tragedia storica per proclamare il proprio preteso antifascismo ci sono sempre stati e sempre ci saranno. E poi spesso sono gli stessi che dimenticano le stragi e gli orrori dei partigiani, quelli che avevano la stella rossa come i titini.

La lettera dell’esule al professore

Non ci interessa qui indagare sulle motivazioni dell’atteggiamento del professor Montanari, ma solo rendere pubblica una delle (tante?) lettere ricevute dal professore e alla quale non ha naturalmente mai risposto. Chi scrive è una profuga istriana, una di quelle cacciate con la forza dai criminali comunisti jugoslavi, aiutati anche da partigiani italiani. Che dovette abbandonare tutto, tranne la vita, come invece capitò a decine di migliaia di suoi connazionali. A proposito, non ci furono solo le foibe: molti italiani, non fascisti, furono semplicemente annegati dai loro aguzzini al largo delle coste dalmate. Ma anche di questo non si parla. Ecco comunque stralci della lettera inviata da Gigliola Salvagno Vecchione, esule da Cherso, a Montanari.

Ecco il testo della missiva

“Chiarissimo prof. Montanari, mio marito, che da tanti anni non è più tra noi, soleva dire che cambiare la testa a un comunista è come voler pettinare un porcospino. Egli aveva fatto il suo percorso universitario a Medicina, che lo portò ad avere la libera docenza ospedaliera e a diventare Primario di chirurgia toracica a Trieste, in quel di Modena dove visse la ferocia del “triangolo rosso”.

Io sono una di quei trecentomila esuli cacciati e depredati, oltre che della terra natìa, anche dei propri modesti averi, comprese le antiche tombe di famiglia. Fu quello che io chiamo il dramma del confine orientale che vissi da bambina. Io ho sviluppato e ricordo tutto, ma proprio tutto, e per illuminare la sua mente illustre, visto che è un docente universitario e prossimo Rettore, le invio il racconto del mio esodo che scrissi tanti anni fa e di recente rispolverato.

Mi scusi per il disturbo, ma fino a che il Padre Eterno mi lascerà il dono dell’intelletto, io combatterò contro coloro che negano la nostra dolorosa verità. E mi vergogno di essere compatriota di persone che, come Lei, negano ciò che gli occhi innocenti di una bambina hanno visto e ricordano. Vorrei tanti diventare apolide!

Da ultimo, a noi poveri illusi e ignorantelli rimane solo la frase di Rudyard Kipling, il quale disse che “nulla è da ritenerso concluso finché non è concluso con giustizia”. Quella giustizia che dopo sessant’anni ci è stata data con l’istituzione del Giorno del Ricordo, contestata da quelli come Lei. 

Cordiali saluti”.

C’è poco da aggiungere a questa lettera se non essere grati a Silvio Berlusconi.

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