Lazio, minacce a Lotito: scoperta la tipografia dove si stampavano striscioni e manifesti

Lotito

Una tipografia, un pub, e una rete che, secondo chi indaga, va ben oltre il tifo. Dietro gli striscioni contro Claudio Lotito non ci sarebbe solo rabbia da stadio, ma una macchina organizzata, costruita nel tempo e capace di muoversi tra pressioni, minacce e propaganda.

Gli striscioni anti-Lotito

Gli accertamenti portano a una tipografia dei Castelli Romani, finita al centro delle indagini perché ritenuta collegata alla produzione di materiale diffamatorio contro il presidente della S.S. Lazio. I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, come riporta Repubblica, sono arrivati a una svolta seguendo i segnali lasciati negli ultimi mesi: striscioniadesivimanifesti, ma anche messaggitelefonate anonime e contenuti diffusi sui social. Una pressione costante costruita nel tempo, con l’obiettivo, secondo l’ipotesi accusatoria, di condizionare le scelte societarie e spingere il presidente a farsi da parte.

Il materiale veniva preparato in una tipografia a Marino, collegata alla tifoseria laziale e riconducibile agli stessi proprietari di un pub di Frascati a tinte biancocelesti. È lì che avrebbero preso forma, in maniera continuativa e organizzata, i materiali della contestazione. Nel fascicolo della Procura ci sono anche minacce di morte, recapitate attraverso social networktelefonate anonimeemail e affissioni. Secondo l’accusa, sarebbe stata alimentata anche una campagna di notizie false, diffusa online e attraverso una testata giornalista di fede biancoceleste, per rafforzare la pressione e confondere il quadro attorno al club.

Un sistema che richiama il passato degli ultras

Per i magistrati la struttura sarebbe compatibile con quella dei gruppi ultras di matrice militare, in particolare con gli Ultras Lazio, eredi degli Irriducibili legati alla figura di Fabrizio Piscitelli, ucciso nel 2019 al Parco degli Acquedotti. E la pressione sarebbe stata fatta per costringere Lotito a vendere la società. Insomma, una curva capace non solo di sostenere la squadra, ma anche di trasformarsi in strumento di pressione politica e societaria.

La campagna è andata avanti per mesi. Gli striscioni sono comparsi più volte in Piazza del Parlamento, davanti alla sede di Forza Italia e fuori dagli uffici del presidente. Poi gli adesivi vicino alla sua abitazione, i manifesti rivolti al partito e gli slogan secchi: finché resta lui, niente voto. Nel frattempo, la curva ha in gran parte disertato lo stadio. Con una sola eccezione: la partita contro il Milan. Anche lì, però, non sono mancate le tensioni. Un’ora prima del fischio d’inizio, ai gruppi organizzati è stato comunicato che non avrebbero potuto esporre la scritta “Libertà”. Un episodio che, oggi, assume un significato diverso alla luce dell’inchiesta.

Il precedente del 2005-2006

A rendere la vicenda ancora più pesante c’è il precedente. Già tra il 2005 e il 2006 i magistrati avevano parlato di pressioni per costringere il presidente a cedere le quote della società, di minacce e di una campagna crescente di contestazione e delegittimazione. Anche allora ci furono condanne e nomi pesanti finiti davanti ai giudici. Oggi, secondo chi segue il nuovo filone, lo schema somiglia fin troppo a quello di allora. Cambiano gli strumenti. Non cambia la sostanza.

Le persone coinvolte nell’indagine sarebbero almeno cinque. Le accuse riguardano la ripetizione di atti di minaccia, la diffusione di fake news, l’uso dei social come cassa di risonanza e la costruzione di una pressione che avrebbe avuto come intento quello di spingere il presidente a lasciare. Una vicenda che va ben oltre la semplice contestazione da stadio. Ma un caso che intreccia tifo organizzatopotere societario e vecchie dinamiche di curva che Roma conosce bene.