Liste d’attesa nel Lazio, il capolavoro dei numeri: il 96% che non esiste. Visite a 100 km di distanza
Nel Lazio c’è una sanità raccontata e una sanità vissuta. Nel mezzo ci sono i numeri. Numeri rassicuranti, ripetuti come un mantra: 96% di puntualità nelle liste d’attesa. Il dato trionfale lo ha ripetuto più volte il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca: la Regione ha migliorato le liste d’attesa, la puntualità raggiunge percentuali da primato, i tempi si sono ridotti. Ma è veramente così? Basta qualche telefonata al Cup per scoprire che i numeri non corrispondono: per una visita dall’endocrinologo l’attesa è di un anno, per una risonanza magnetica di 8 mesi, per una tac al cuore di due anni. Per quanto riguarda la tac al cuore, abbiamo provato a fare la richiesta usando una ricetta con urgenza a 60 giorni: ci hanno dato un appuntamento a 6 mesi a 120 chilometri di distanza. E il paziente ha 88 anni. Praticamente un invito a rivolgersi alla sanità privata.
I dati trionfalistici di Rocca contro le inchieste giornalistiche
Incrociando i dati forniti dal Governatore regionale con i nostri risultati e con quelli delle inchieste svolte dalla trasmissione televisiva Report e da Il Fatto Quotidiano, esce un quadro di “abilità contabile“, da parte di Francesco Rocca, più che di risposta reale ai bisogni dei cittadini. Quel 96%, infatti, riguarda solo una porzione ridotta delle prestazioni, circa il 12% dei casi effettivamente richiesti dai pazienti.
Il “trucco”, come ha dimostrato Report, sta nel mettere nero su bianco solo una parte delle prestazioni: in questo modo si ottiene il 96% dell’abbattimento delle liste d’attesa. Peccato che in realtà riguardi, appunto, solo il 12% dei casi reali, lasciando indietro gli altri 88%, che andrebbero a modificare di molto la percentuale. Si misura quindi solo ciò che rientra in determinati ambiti di garanzia, lasciando fuori tutto il resto. E ciò che resta fuori non pesa, non incide, non disturba. Semplicemente scompare dalle statistiche.
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La delibera del 30 dicembre: cambiare le regole per cambiare i risultati
Il 30 dicembre la Giunta regionale ha approvato una delibera sulle liste d’attesa che ridefinisce gli ambiti di garanzia. Un passaggio apparentemente tecnico, in realtà decisivo. Perché stabilire cosa rientra negli ambiti di garanzia significa decidere quali prestazioni contano e quali no. Nel sistema di monitoraggio ufficiale della Regione Lazio entrano soprattutto le prime visite. Restano fuori le visite di controllo, gran parte dei percorsi diagnostici complessi, gli screening, e tutto ciò che non si incastra perfettamente nelle agende tracciate dal sistema. Quindi per i cittadini del Lazio la sensazione è la stessa: attendere o spostarsi. A volte di decine, a volte di centinaia di chilometri. Con il risultato che le percentuali migliorano, ma la vita dei pazienti no.
La Regione parla di agende aperte, di di milioni di slot caricati sul ReCup, di un sistema finalmente sotto controllo. Ma i medici di base raccontano altro. Raccontano di pazienti cronici che non riescono a fissare un controllo. Di cittadini che accettano qualunque data pur di non uscire dal sistema. Di famiglie che rinunciano o pagano di tasca propria. È qui che il dato del 96% smette di essere rassicurante e diventa irritante. Perché non fotografa il problema, lo aggira.
E allora la domanda diventa inevitabile: a chi serve questo 96%? Ai pazienti o ai comunicati stampa? Finché la sanità laziale continuerà a misurare solo ciò che è più facile contare, le liste d’attesa resteranno un problema reale mascherato da successo numerico. E la distanza tra i dati ufficiali e la vita quotidiana dei cittadini continuerà ad allargarsi. In silenzio. Ma con effetti molto concreti.