Lo “smart working” divide: progresso o Bengodi per i fannulloni pubblici?

smart working ichino

Lo smart working, dopo un generale apprezzamento, ora divide. E in maniera piuttosto radicale. Non è una divisione ideologica o politica, piuttosto sociale ed economica. A dare la stura alle polemiche è stato il recente intervento del giuslavorista Piero Ichino in un’intervista su Libero. «Nella maggior parte dei casi è stata solo una lunga vacanza pressoché totale, retribuita al cento per cento», ha detto l’ex parlamentare del Pci e del Pd. E sarebbe anche utile se il «ministero della Pubblica amministrazione almeno fornisse un quadro attendibile di quanta parte dei dipendenti pubblici si è veramente attivata per fare smart working e quanta no».

I romani soddisfatti per lo smart working

Eppure oltre 8 lavoratori romani su 10 (83,9%) si dicono soddisfatti dello smart working. Sono soprattutto i dipendenti del settore privato ad esprimere maggiore entusiasmo anche se la preferenza va verso un’alternanza tra lavoro in remoto e in presenza. Perché la mancanza dei colleghi e di un confronto sembra farsi sentire anche tra chi vorrebbe prolungare lo smart working oltre i sei mesi. Questo quanto emerge da un’indagine condotta dalla Uil del Lazio e dall’Eures su lavoratori, prevalentemente romani, ai quali è stato somministrato un questionario sulle opportunità e i problemi del lavoro a distanza.

Difficoltà nel separare lavoro e vita privata

Tra le ombre inceve c’è la difficoltà nel sentirsi sempre connesso e reperibile e l’aumento delle ore di lavoro senza il riconoscimento degli straordinari. Ma anche la difficoltà nel separare tempi di vita e tempi di lavoro. Sono solo alcuni dei potenziali svantaggi dello smart working riscontrati nel corso del periodo di lockdown secondo l’indagine nazionale sullo “Smart working 2020: capire il presente per progettare il futuro”, promossa dall’associazione datoriale Cifa, dal sindacato Confsal e dal fondo interprofessionale Fonarcom. Dalla ricerca sono emerse anche altre difficoltà legate allo smart working come il senso di isolamento, l’aumento dei costi delle bollette e una dotazione tecnologica non adeguata.

Il governo ovviamente favorevole

Il ministero della pubblica Amministrazione invece parla di “rivoluzione culturale, prima ancora che tecnologica, una rivoluzione che in definitiva deve tradursi in servizi migliori per i cittadini”. Afferma il ministro Dadone: “In Italia è una realtà in grande progresso, se ci riferiamo al settore privato. Nel pubblico, la soglia al minimo di legge del 10% è rimasta una indicazione in larga parte disapplicata, complice anche un monitoraggio, diciamo così, distratto”, spiega Dadone. ”Abbiamo puntato subito sulla svolta tecnologica, sul potenziamento delle competenze digitali tra i dipendenti e poi, con la pandemia, siamo intervenuti sul lavoro agile d’emergenza che ha raggiunto percentuali altissime”.

Lo smart working però atrofizza i consumi

Tuttavia ci sono cose che il ministro non considera. Lo fa notare il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. “Il commercio, le attività dei bar e ristoranti, mille e mille motivi di vita, di consumo e di crescita economica delle città sono atrofizzati. Lo smart working – prosegue – può essere un’eventualità da utilizzare, ci può essere una turnazione che consenta l’uso di questa possibilità. Ma la chiusura sistematica di ministeri enti pubblici ed altre realtà sta creando gravi danni, a Roma in particolar ma non solo. Peraltro i sindacati aprano gli occhi. Scoprendo che molti dipendenti stando a casa sono inutili, si potrebbe aprire una stagione di licenziamenti. Quindi per difendere il lavoro riattiviamo uffici e città”, conclude.

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