Lo smart working piace ai dipendenti pubblici. Che vogliono sempre di più…

dipendenti smart working

Lo smart working piace ai dipendenti pubblici. Un picco del 64% a maggio di dipendenti pubblici in smart working. Con percentuali oltre l’87% per le amministrazioni centrali, dopo il 56% di marzo, primo mese di lockdown e il 46% ancora nel settembre scorso. Ossia quando sono entrate in vigore le norme del decreto Rilancio secondo cui il lavoro agile non è più la modalità organizzativa ordinaria. Come era nella prima fase acuta dell’emergenza pandemica, ma va contemperato con il lavoro in presenza ben oltre le sole attività indifferibili. A garanzia della continuità dei servizi per cittadini e imprese. Questi i dati del monitoraggio sullo smart working nelle Pa, elaborati da FormezPA per conto della Funzione pubblica su 1.537 amministrazioni rispondenti (circa 300 mila i dipendenti rappresentati) da gennaio al 15 settembre scorso.

I dipendenti pubblici al 91% apprezzano lo smart working

Lo smart working, o lavoro agile (per dirla all’italiana) piace ai dipendenti pubblici. E’ quanto rileva il monitoraggio. Su 2.681 dipendenti interpellati, per il 91% l’esperienza del lavoro agile è pienamente o abbastanza soddisfacente e il 73% ritiene che ci siano stati incrementi della produttività del lavoro. I dati confermano che c’è stata una vera e propria esplosione di ricorso a questa modalità di lavoro nelle pubbliche amministrazioni non appena si è diffusa la pandemia covid-19. Considerando che a gennaio 2020 i lavoratori pubblici in smart working erano appena l’1,7%.

Il ministro Dadone: solo barriere ideologiche

Eppure i dipendenti pubboici rivendicano e minacciano sacioperi. Loro, che sono gli unici ad avere uno stipendio assicurato a fine mese. “Fatico a capirli in questa fase. Sul lavoro agile abbiamo previsto strumenti che non toccano gli istituti tipici della contrattazione. Saranno discussi ai tavoli, ma è chiaro che per parlare ad esempio del diritto alla disconnessione serve una norma che lo preveda e la faremo nel collegato alla legge di Bilancio”. Lo dichiara il ministro della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone a un domanda sui dipendenti in agitazione perché denunciano decisioni calate dall’alto e insufficienti fondi per i rinnovi contrattuali. “Se si tratta solo di mettere bandiere ideologiche, non riusciremo mai a incontrarci”, sottolinea Dadone.

Ipotesi di 190 euro al mese in più

Infine, si apprende che è al via il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro relativo al personale dell’Area Funzioni locali per il triennio 2016-2018. L’ipotesi prevede incrementi a regime del 3,48%, corrispondenti a un beneficio medio complessivo di poco più di 190 euro al mese distribuito in modo equilibrato tra la rivalutazione della parte fissa della retribuzione e le risorse utilizzate in sede locale per la remunerazione delle condizioni di lavoro, dei risultati raggiunti e degli incarichi dirigenziali. La rivalutazione tabellare a regime è di 125 euro al mese più gli incrementi di parte accessoria che riservano particolare attenzione agli istituti retributivi più direttamente correlati all’erogazione dei servizi.

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