‘Mafia dei visti’ a Roma, gli offrono tangente da 2 milioni: parlamentare finge di accettare e fa smantellare la rete con il Bangladesh

visto turistico

La sovranità nazionale con il listino prezzi, i visti Schengen trasformati in merce, una tangente da 2 milioni di euro offerta a un parlamentare per aprire un’autostrada verso l’Europa. La sentenza del Tribunale di Roma chiude uno dei filoni più delicati sul traffico di ingressi illegali tra Italia e Bangladesh. E certifica, nero su bianco, un sistema strutturato che ruotava attorno a denaro, società compiacenti e documenti costruiti ad arte.

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La sentenza del Tribunale di Roma: pene e confische

Con la sentenza di patteggiamento n. 15008/25, il Tribunale Ordinario di Roma ha condannato Nazrul I. a 4 anni e 8 mesi di reclusione e Shamim K. a 4 anni e 2 mesi. Per entrambi è stata disposta una multa complessiva di 630mila euro, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e la confisca dei beni, comprese quote societarie riconducibili alla K. Trading S.R.L. Il provvedimento, firmato dal collegio presieduto dal giudice Giacomo Autizi, recepisce un impianto accusatorio fondato su intercettazioni, chat WhatsApp e dichiarazioni rese nel corso delle indagini. Le responsabilità contestate riguardano un articolato sistema di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e un tentativo di corruzione su larga scala.

La tangente da 2 milioni e meccanismo dei “visti facili”: 15mila euro per lavorare, 7mila per turismo

Al centro dell’inchiesta, l’offerta di una tangente da 2 milioni di euro ad Andrea Di Giuseppe (deputato FdI), membro della Commissione Affari Esteri. Secondo quanto ricostruito negli atti, l’obiettivo era ottenere un canale privilegiato per il rilascio di visti verso l’area Schengen, aggirando controlli e procedure. Di Giuseppe, assistito dall’avvocato Antonio Di Pietro, non solo ha rifiutato il denaro: ha finto di assecondare i corruttori, registrando incontri e conversazioni. Prove poi consegnate agli inquirenti, diventate la spina dorsale dell’accusa. “Quando mi hanno offerto quei soldi ho capito che l’unico modo per fermarli era incastrarli”, ha spiegato.

La sentenza descrive un sistema organizzato , con un tariffario preciso. 15.000 euro per un visto di lavoro7.000 euro per un visto turistico. Il meccanismo si fondava su una rete di società italiane che, secondo l’accusa, emettevano nulla osta per assunzioni fittizie. Tra le imprese citate nei capi di imputazione figurano la M.S.R. C., la G. Service e la S.R.L.S. N. G.B.. I contratti di lavoro risultavano funzionali esclusivamente al superamento della frontiera. Un ruolo operativo sarebbe stato svolto anche da un addetto presso l’Ambasciata d’Italia in Bangladesh, Nicola M., indicato come snodo chiave nella gestione delle pratiche. Nel dispositivo sono cristallizzati 88 casi di immigrazione clandestina, ma dalle dichiarazioni raccolte emerge un bacino potenziale molto più ampio di persone disposte a pagare cifre elevate pur di ottenere un ingresso regolare solo sulla carta.

La lista nera delle imprese

La sentenza, firmata dal collegio presieduto dal giudice Giacomo Autizi, conferma la solidità dell’impianto accusatorio. Decisive le chat WhatsApp, le intercettazioni e le confessioni rese durante la collaborazione spontanea.  Ora l’attenzione si sposta su un altro fronte: la lista delle ditte italiane coinvolte. Imprese che, secondo gli atti, hanno venduto la propria firma per alimentare una delle più grandi reti di immigrazione illegale degli ultimi anni. Un danno alla sicurezza nazionale e al mercato del lavoro, alterato da ingressi irregolari e sfruttamento. La sentenza chiude un processo, ma apre una domanda politica e morale. Quanto vale un visto? Per qualcuno, milioni. Per lo Stato, molto di più.