Malattie parodontali, come riconoscerle e come curarle: la parola all’esperto


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Gengive che sanguinano, alito che non migliora, denti che sembrano più lunghi: sono i primi segnali di una malattia silenziosa che può portare alla perdita di denti perfettamente sani. Ne parliamo con il dottor Giorgio Tabanella, parodontologo Diplomate dell’American Board of Periodontology, che spiega come riconoscerla in tempo e quali cure oggi permettono di fermarla e, nei casi più gravi, di rigenerare i tessuti perduti.

C’è una malattia che colpisce la bocca senza fare rumore. Non provoca quasi mai dolore, avanza lentamente per anni e, quando finalmente si fa notare, ha spesso già compromesso l’osso che tiene in sede i denti. È la parodontite, quella che le generazioni passate chiamavano piorrea. Molti la considerano un destino ereditato dai genitori, contro cui c’è poco da fare. La realtà, oggi, è molto diversa.

Per capire come riconoscerla e come curarla abbiamo incontrato il dottor Giorgio Tabanella, che esercita a Roma e a Mentana. In oltre venticinque anni di attività si è dedicato alla parodontologia, all’implantologia e alla rigenerazione dei tessuti orali. È Diplomate dell’American Board of Periodontology, la certificazione statunitense di riferimento per la specialità. Ha tenuto più di 220 conferenze e corsi in oltre 39 Paesi e ha fondato a Roma OREC, Centro Internazionale di Formazione per chirurghi e parodontologi.

«Una malattia silenziosa che colpisce il sostegno del dente, non il dente»

Dottor Tabanella, partiamo dalle basi: che cos’è la malattia parodontale?

«È un’infiammazione di origine batterica che colpisce il parodonto, cioè l’insieme dei tessuti che tengono il dente al suo posto: la gengiva, il legamento parodontale, il cemento che riveste la radice e l’osso alveolare. Il punto che sorprende molti pazienti è proprio questo: la malattia non attacca il dente in sé, ma il suo sostegno. Per questo si possono perdere denti senza una sola carie, semplicemente perché l’osso e le fibre che li ancoravano si sono ridotti nel tempo.»

Piorrea, parodontite, malattia parodontale: sono la stessa cosa?

«Sì. Piorrea è il termine con cui la si conosceva un tempo, ancora molto usato dai pazienti. Oggi parliamo più correttamente di parodontite o di malattia parodontale. Cambia il nome, ma soprattutto è cambiato quello che sappiamo fare per curarla.»

Come nasce?

«Tutto comincia dalla placca batterica, la pellicola che si forma ogni giorno sulla superficie dei denti. Se non viene rimossa bene, provoca la gengivite: gengive rosse, gonfie, che sanguinano. In questa fase il problema è ancora del tutto reversibile. Quando però l’infiammazione persiste, soprattutto nelle persone predisposte, scende in profondità. La gengiva si stacca leggermente dal dente e si formano le tasche parodontali, spazi in cui i batteri proliferano dove lo spazzolino non arriva. Da lì inizia la perdita di osso.»

Perché la definisce una malattia silenziosa?

«Perché nella grande maggioranza dei casi fa poco o nessun male, soprattutto all’inizio. È un processo lento e progressivo, un’infiammazione cronica che può durare anni prima che il paziente percepisca qualcosa. Quando le gengive si ritirano e il sorriso cambia, spesso il danno è già strutturale. A quel punto non si tratta più solo di curare, ma di ricostruire ciò che si è perso. Il vero nemico, in parodontologia, è il tempo.»

I segnali da non sottovalutare

Quali sono, allora, i campanelli d’allarme a cui prestare attenzione?

«Il primo, e il più importante, è il sanguinamento gengivale. Lo dico sempre ai miei pazienti: in condizioni di salute le gengive non sanguinano. Anche un sanguinamento lieve e occasionale, mentre ci si lava i denti o si mangia qualcosa di duro, va indagato. Poi ci sono le gengive arrossate o gonfie, quelle che si ritirano facendo apparire i denti più lunghi, spesso con sensibilità al freddo. E ancora l’alito cattivo persistente, un sapore sgradevole in bocca, spazi scuri che compaiono tra i denti, denti che cambiano posizione. La mobilità dentale è il segnale tipico delle fasi più avanzate: non bisogna aspettare quella per farsi visitare.»

L’alitosi può davvero dipendere dalle gengive?

«Sì, il legame è reale. I batteri che proliferano nelle tasche parodontali, dove l’igiene domestica non arriva, sono una causa frequente di alito cattivo. Se l’alitosi non passa nonostante una buona igiene quotidiana, è un ottimo motivo per chiedere una valutazione parodontale.»

Chi rischia di più?

«Chi ha difficoltà a mantenere una buona igiene orale, ma soprattutto chi ha una predisposizione individuale. Non tutti reagiscono allo stesso modo ai batteri: c’è chi con un’igiene imperfetta non si ammala mai e chi sviluppa la malattia molto più facilmente. Tra i fattori di rischio più importanti c’è il fumo, che tra l’altro riduce il sanguinamento e quindi maschera la malattia, ritardando la diagnosi. Poi il diabete, soprattutto se non è ben controllato, la familiarità, lo stress e alcune patologie immunitarie o sistemiche. Esistono anche forme che colpiscono i giovani, legate a batteri particolarmente aggressivi.»

Quindi la parodontite è genetica?

«Non in senso stretto: non si eredita come il colore degli occhi. Si può ereditare però una maggiore suscettibilità, e si stima che riguardi circa il 60% della popolazione. Questo non significa essere condannati a perdere i denti. Significa che servono controlli regolari e interventi tempestivi. Aggiungo un aspetto poco noto: i batteri responsabili possono passare da una persona all’altra con la saliva, per esempio tra familiari. Quando in casa qualcuno ha la parodontite, consiglio una visita parodontale anche agli altri.»

Diagnosi e cure: dalla terapia causale alla rigenerazione

Come si arriva alla diagnosi?

«Con una visita parodontale, che è semplice e non dolorosa. Si osservano le gengive e, con una piccola sonda graduata, si misura la profondità degli spazi tra gengiva e dente: è il sondaggio parodontale. Le radiografie e l’imaging tridimensionale ci dicono quanto osso è rimasto. Ma una diagnosi seria va oltre: analizziamo spessore e qualità dei tessuti, morfologia ossea, biotipo gengivale, distribuzione delle forze masticatorie e fattori di rischio sistemici. Non esistono protocolli standard: esiste il paziente, con la sua biologia.»

Si può guarire dalla parodontite?

«Sì, e questo è il messaggio che più mi preme far arrivare. La parodontite si può prevenire, curare ed eradicare per sempre. Nei casi avanzati, i tessuti perduti possono essere in parte o del tutto rigenerati. Il percorso di cura si articola in tre fasi.»

Qual è la prima?

«La terapia causale, non chirurgica, che riguarda tutti. Si rimuovono placca, tartaro e tossine batteriche dalle radici, anche sotto la gengiva, con le levigature radicolari. In circa il 90% dei casi usiamo microstrumenti che non richiedono anestesia; nel restante 10% si lavora in anestesia locale, sempre ben tollerata. Fa parte di questa fase anche insegnare al paziente le tecniche di igiene più adatte alla sua bocca. Nelle forme lievi o moderate, spesso è sufficiente.»

E quando non basta?

«Nelle forme avanzate la malattia crea crateri e difetti nell’osso che non riescono a guarire senza un intervento mirato. Lì entra in gioco la chirurgia parodontale. La chirurgia ossea resettiva rimodella i profili ossei danneggiati per eliminare le tasche. La chirurgia rigenerativa, invece, ricostruisce il sostegno perduto quando i difetti sono profondi, ed è spesso l’unica alternativa all’estrazione. Se le gengive si sono ritirate, interveniamo con la chirurgia plastica mucogengivale, che protegge le radici e restituisce armonia al sorriso. Sono interventi ambulatoriali, mini-invasivi, con un decorso post-operatorio in genere lieve.»

La rigenerazione è il suo campo di ricerca. Che cosa è cambiato negli ultimi anni?

«Moltissimo. Oggi abbiamo biomateriali e tecniche che permettono di ricostruire osso e tessuti molli con meno traumi e risultati più prevedibili. Con il mio gruppo studiamo, per esempio, le membrane in magnesio riassorbibili per la rigenerazione ossea guidata: abbiamo pubblicato i risultati su riviste internazionali e li presentiamo ai colleghi di tutto il mondo. La filosofia però resta la stessa: conservare i tessuti quando è possibile, potenziarli quando serve, favorire la guarigione naturale invece di forzarla. Sono convinto che la medicina rigenerativa cambierà per sempre il nostro modo di intendere la guarigione: insegnare al corpo a ricostruirsi, invece di limitarsi a sostituire.»

Si sente spesso parlare del laser come cura definitiva. È così?

«Capisco il fascino di una cura “senza bisturi”, ma le revisioni della letteratura internazionale non hanno dimostrato che il laser sia più efficace delle levigature radicolari tradizionali. Inoltre, nella parodontite avanzata ci sono deformità ossee che il laser non può rimodellare. Una tecnologia è utile solo se migliora davvero i risultati. A fare la differenza sono la diagnosi, il piano di cura e l’esperienza di chi lo esegue. Vale lo stesso per collutori e dentifrici “specifici”: da soli non prevengono né curano la malattia parodontale.»

Oltre la bocca: mantenimento, prevenzione e salute generale

Una volta curata, la parodontite può tornare?

«Sì, se si abbassa la guardia. Per questo la terza fase, il mantenimento, è determinante. Ogni paziente segue un programma di controlli e igiene professionale personalizzato sul suo rischio individuale. Usiamo metodi delicati come la Guided Biofilm Therapy, che evidenzia il biofilm batterico e lo rimuove con la tecnologia airflow, senza fastidio. È nel mantenimento che il risultato si consolida: senza, anche il miglior trattamento perde efficacia nel tempo.»

La salute delle gengive influisce sul resto dell’organismo?

«La ricerca ha evidenziato un’associazione tra malattia parodontale e diverse condizioni generali: malattie cardiovascolari, diabete, alcune patologie respiratorie, il parto pretermine. Con il diabete il rapporto è bidirezionale: il diabete non controllato favorisce la parodontite e la parodontite rende più difficile controllare la glicemia. Un’infiammazione gengivale trascurata è un focolaio che riguarda tutto l’organismo. Curare le gengive significa curare la salute in generale.»

Chi ha perso denti per la parodontite può ricorrere agli impianti?

«Sì, ma a una condizione: prima la malattia va curata ed eradicata. Inserire impianti in una bocca con parodontite attiva espone al rischio di perimplantite, un’infiammazione dei tessuti attorno all’impianto che può portare alla perdita di osso e dell’impianto stesso. Quando invece le gengive sono sane, anche un paziente con una storia di parodontite può ricevere impianti con ottime prospettive. E grazie alla rigenerazione ossea oggi riusciamo a inserirli anche dove prima si diceva che l’osso non bastava. Detto questo, il mio primo obiettivo resta sempre salvare il dente naturale quando ci sono le condizioni: nessuna riabilitazione artificiale replica del tutto funzione, sensibilità ed estetica.»

Che cosa consiglia per prevenire la malattia?

«Poche abitudini, ma costanti. Lavare i denti con cura almeno tre volte al giorno con uno spazzolino morbido. Pulire ogni giorno gli spazi interdentali con filo o scovolino. Sottoporsi regolarmente a igiene professionale e a una visita parodontale periodica, soprattutto se in famiglia ci sono casi di parodontite. Smettere di fumare e tenere sotto controllo condizioni come il diabete. Una visita parodontale è consigliabile anche prima di un trattamento ortodontico o protesico.»

Un ultimo messaggio per i lettori?

«Non abbiate paura e non aspettate. Scoprire di avere la parodontite può spaventare, ma è una malattia che si affronta con successo, soprattutto se presa in tempo. Prima si interviene, più le cure sono semplici e brevi. E anche nei casi più avanzati, oggi spesso possiamo salvare denti che fino a pochi anni fa sarebbero stati estratti.»

Chi è Giorgio Tabanella

Giorgio Tabanella è parodontologo, Diplomate dell’American Board of Periodontology e membro dell’American Academy of Periodontology. Tra affiliazioni e certificazioni figurano anche la University of Southern California, la European Academy of Esthetic Dentistry, l’Italian Academy of Esthetic Dentistry e la Foundation for Oral Rehabilitation.

Da oltre 25 anni si occupa di chirurgia rigenerativa e ricostruttiva, riabilitazione estetica e funzionale e ricerca sulla rigenerazione dei tessuti. Conta più di 24 pubblicazioni internazionali e 220 tra conferenze e corsi in oltre 39 Paesi. È autore per Quintessence Publishing dell’atlante chirurgico Retreatment of Failures in Dental Medicine (2019).

È fondatore e CEO di OREC – Oral Reconstruction and Education Center, centro di formazione avanzata in parodontologia e chirurgia implantare con sede a Roma. Riceve i pazienti presso lo Studio Tabanella, a Roma (via Rovereto 6) e a Mentana (via Reatina 19).