Maxi fotovoltaico tra Roma e Pomezia, il Tribunale boccia lo stop di Campidoglio e IX Municipio: “Il progetto torna in corsa”
Il maxi impianto fotovoltaico previsto in via della Selvotta, al confine tra Roma e Pomezia, torna in partita: il Tar del Lazio ha annullato lo stop imposto da Campidoglio e IX Municipio, giudicando insufficiente e troppo meccanico il ‘No’ opposto al progetto. In sostanza, per i giudici il Comune di Roma non ha davvero valutato il caso concreto. Si è limitato a recepire il parere negativo della Soprintendenza, senza fare quel bilanciamento che oggi la legge impone quando si parla di energia rinnovabile.
Il cuore della sentenza
La questione non è solo urbanistica. È politica. Da una parte c’è un impianto fotovoltaico da oltre 4,5 megawatt, pensato in una zona già segnata da cave, discariche, tralicci e dalla stazione elettrica di Terna. Dall’altra c’è la solita resistenza burocratica, che in nome del paesaggio ha tentato di chiudere la porta senza entrare davvero nel merito del progetto.
Il Tar dice proprio questo. Le amministrazioni coinvolte non hanno svolto “alcuna valutazione specificamente riferita all’area di impianto”. E soprattutto Roma Capitale, secondo i giudici, si è limitata a richiamare il parere della Soprintendenza senza compiere “alcun tipo di bilanciamento tra tutti gli interessi rilevanti”.
Tradotto: il no non può essere automatico. Va spiegato. Va motivato. E va calato nella realtà dei luoghi.
Un’area già compromessa
È qui che la sentenza diventa pesante anche sul piano politico. Perché smonta una narrazione ormai nota: quella del vincolo evocato come scudo assoluto, anche quando il territorio racconta altro.
L’area interessata dal progetto, ricordano i giudici, è accanto alla sottostazione elettrica Roma Sud di Terna. Non siamo davanti a un tratto incontaminato di campagna. La società proponente ha descritto una zona già fortemente antropizzata, con tre cave, una discarica e una presenza infrastrutturale evidente. Un contesto, insomma, lontano dall’immagine da cartolina che spesso accompagna i dinieghi amministrativi.
La Soprintendenza aveva parlato del “rilevante valore paesaggistico dell’area” e dei caratteri della Campagna Romana, con le visuali aperte verso i Colli Albani. Ma per il Tar questa valutazione è rimasta troppo astratta. Troppo generale. Quasi standard. Non abbastanza agganciata al sito preciso in cui dovrebbe sorgere l’impianto.

Il nodo politico delle rinnovabili
La sentenza tocca un punto cruciale. In Italia tutti dicono di volere la transizione energetica. Poi però, quando un impianto arriva davvero sul territorio, scattano i freni. Il più delle volte senza una vera assunzione di responsabilità politica. Si lascia parlare la burocrazia. Si alza il totem del paesaggio. E si rinvia.
Ma il Tar ricorda che le aree considerate idonee per le rinnovabili non possono essere trattate come se nulla fosse cambiato. Il legislatore, scrivono i giudici, ha dato “preminenza alle ragioni di sviluppo di impianti di produzione di energia rinnovabili” rispetto alle esigenze paesaggistiche, salvo casi davvero ostativi e ben motivati.
È questo il punto che pesa come un macigno sul Campidoglio e sul IX Municipio. Non basta dire no. Bisogna dimostrare perché, in quel caso specifico, l’interesse a bloccare l’impianto prevalga sull’interesse pubblico a produrre energia pulita.
Il Comune di Roma bocciato sul metodo
Roma Capitale esce male dalla sentenza. Perché il Tar non contesta solo il risultato finale. Contesta il metodo. Il Comune, di fatto, ha sostenuto di non avere margini per discostarsi dal parere negativo della Soprintendenza. Ma proprio qui arriva la smentita dei giudici: in questo caso quel parere non poteva essere considerato una pietra tombale.
Il Tribunale ha accolto il ricorso di Edil Quark e ha annullato gli atti con cui era stata chiusa negativamente la conferenza dei servizi. Ora le amministrazioni dovranno tornare sul dossier e decidere di nuovo entro 60 giorni, rispettando i principi fissati dalla sentenza.
Non è dunque un via libera automatico all’impianto. Ma è una bocciatura netta del modo in cui il progetto è stato fermato.
La partita ora torna sui tavoli della politica
La vicenda della Selvotta parla anche del rapporto sempre più teso tra territorio, istituzioni e transizione ecologica. Perché la vera domanda è semplice: Roma vuole davvero le rinnovabili o le sostiene solo nei convegni?
La sentenza del Tar costringe ora il Comune a uscire dall’ambiguità. Non potrà più nascondersi dietro formule di rito o pareri ricopiati. Dovrà scegliere. E dovrà farlo guardando i luoghi reali, non una rappresentazione astratta del paesaggio.
Per Edil Quark è una vittoria piena. Per il IX Municipio e per Roma Capitale è una sconfitta che pesa. Non solo in tribunale. Anche sul terreno politico. Perché quando la transizione ecologica incontra la macchina amministrativa, il rischio è sempre lo stesso: che a vincere non sia il paesaggio, ma l’immobilismo.