Medici di famiglia introvabili a Roma e provincia: pensionamenti e carenze mettono in crisi il sistema

Un medico di base che opera nella Regione Lazio

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Trovare un medico di famiglia disponibile, soprattutto a Roma, non è più un disagio episodico ma il segnale di una criticità strutturale. Il dossier GIMBE fotografa un Lazio che, al 1° gennaio 2025, registra una carenza stimata di 358 medici di medicina generale. Non solo: la regione è indicata tra quelle destinate a perdere più professionisti entro il 2028, con 925 pensionamenti attesi. In parallelo, il carico medio resta elevato, con 1.314 assistiti per ciascun medico. È un quadro che la stessa Fondazione invita a leggere con prudenza, perché il fabbisogno reale si misura poi nei singoli ambiti territoriali delle Asl, dove le criticità possono essere molto più accentuate della media regionale.

Roma, dove la prossimità si restringe

Nella Capitale la crisi assume una forma immediatamente percepibile: telefoni occupati, studi saturi, quartieri in cui la libera scelta del medico diventa sempre più teorica. L’Accordo collettivo nazionale fissa a 1.500 il massimale degli assistiti per ogni medico di famiglia, con possibili deroghe fino a 1.800 in casi particolari. Ma quando molti ambulatori si avvicinano o superano quella soglia, il problema non è soltanto quantitativo: si restringe l’accesso, si allungano i tempi di risposta e si indebolisce il presidio di prossimità che dovrebbe rappresentare il primo punto di contatto tra cittadino e Servizio sanitario. A Roma, secondo le ricostruzioni giornalistiche di queste ore, in diverse aree molti medici hanno già esaurito la propria capacità di accoglienza.

Una professione sempre meno attrattiva

Alla base della crisi c’è anzitutto una programmazione che non ha garantito un ricambio generazionale adeguato. Ma GIMBE aggiunge un elemento altrettanto decisivo: la medicina generale ha perso attrattività. Sempre più medici scelgono di lasciare prima dei 70 anni; al tempo stesso non tutte le borse di formazione vengono assegnate e almeno il 20% degli iscritti abbandona il percorso. In questo contesto, la denuncia ricorrente della categoria sulla crescita della burocrazia e sull’aumento dei costi organizzativi non appare un dettaglio corporativo, ma uno dei fattori che rendono meno sostenibile e meno desiderabile una professione centrale per l’equilibrio del sistema sanitario.

Il peso dell’invecchiamento romano

Il contesto demografico rende tutto più complesso. Roma Capitale certifica che nel 2024 l’indice di vecchiaia ha raggiunto quota 208,5: significa oltre 200 residenti con almeno 65 anni ogni 100 under 15. Lo stesso dossier GIMBE ricorda che in Italia gli over 65 sono quasi 14,6 milioni e che oltre la metà convive con due o più patologie croniche. Dunque non cresce soltanto il numero delle persone da seguire: aumenta soprattutto la complessità clinica della domanda. Continuità assistenziale, monitoraggio delle cronicità, presa in carico dei soggetti fragili e gestione della non autosufficienza chiedono più tempo, più coordinamento e una medicina di base meno compressa da numeri e adempimenti.

La risposta della Regione e la vera sfida

La risposta, almeno nelle intenzioni, passa dal rafforzamento della medicina territoriale. La Regione Lazio ha inaugurato a febbraio la Casa della Comunità di Villa Tiburtina, struttura che include anche ambulatori di cure primarie con medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Parallelamente resta aperto il confronto con i sindacati sulla collocazione effettiva della medicina di base dentro la nuova rete territoriale: Francesco Rocca ha parlato di un accordo “a brevissimo” sulle Case della Comunità, mentre FIMMG Lazio insiste sulla necessità di integrare davvero i servizi senza svuotare il rapporto fiduciario tra medico e cittadino. Il punto, però, resta uno soltanto: senza programmazione stabile, reclutamento e riduzione del carico improprio, il rischio è che la riforma del territorio resti incompiuta proprio dove servirebbe di più.