Mega Centro Commerciale sulla Tiburtina, Roma condannata a restituire un milione al costruttore, il Campidoglio: “In cassa non c’è un euro”

Roma, sullo sfondo il Centro Commerciale sulla tiburtina, in primo piano il sindaco e l'assessore all'Urbanistica Veloccia

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Roma, 17 gennaio 2026, una sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio certifica una vicenda politicamente esplosiva: il Campidoglio deve restituire circa un milione di euro di ‘diritti di costruzione’ versati in eccesso (e in anticipo) da una società edile al campidoglio e relativi al maxi Centro Commerciale costruito sulla via Tiburtina, all’angolo con via Lanciano, ma – parole e atti giudiziari alla mano – palazzo Senatorio non ha “capienza” sufficiente per farlo. Tradotto: il Comune di Roma riconosce il debito classe 2022, però in cassa – nonostante siano trascorsi ben quattro anni – non ha soldi per pagare. Così ha restituito solo una piccola tranche e il resto resta appeso a un versamento che avrà luogo a tempo indeterminato, mentre gli interessi da pagare – a carico dei romani – continueranno ad aumentare, anno dopo anno.

Che significa “non c’è capienza”: quando il bilancio diventa un muro

“Non c’è capienza” è il burocratese utilizzato dal Comune di Roma nell’aula del Tribunale per dire una cosa semplice: mancano i soldi disponibili per pagare: “Non essendo lo stanziamento residuo dei fondi dipartimentali – scrive nella sua memoria giudiziaria il Campidoglio – sufficientemente capiente a soddisfare il saldo richiesto”. Non è una scusa astratta, è una fotografia. Il pagamento slitta senza poter nemmeno accedere al Fondo di Passività Potenziali. Roma, del resto ha utilizzato i soldi del Fondo Passività Potenziali per pagare Ama, come da noi raccontato nei giorni scorsi, quindi quel ‘cassetto’ extra forse non ha più disponibilità, è vuoto? Il dubbio resta. Con buona pace del costruttore che dovrà attendere ancora chissà quanto prima di riavere tutti i suoi soldi.

Il costruttore e il “mega intervento” sulla Tiburtina

La vicenda nasce da un’operazione urbanistica pesante: demolizione e ricostruzione di un grandissimo complesso commerciale in via Tiburtina 986, con permessi e varianti. In sintesi: la società Amplired versa a Roma Capitale circa 1,68 milioni tra oneri e costo di costruzione, ma poi l’intervento viene realizzato solo in parte (dei tre edifici previsti, ne risultano costruiti due). Da qui la richiesta: se la volumetria non è stata usata tutta, gli oneri pagati “in eccesso” vanno restituiti. E il Comune, dopo istruttoria, lo ammette.

Il paradosso: Roma fa investimenti miliardari, ma sui rimborsi arranca

Ed ecco la politica, quella vera. Da una parte il Campidoglio racconta una macchina che programma miliardi spesso a mutuo. Dall’altra, quando deve restituire soldi “non dovuti” a chi li ha versati, si scopre corto di risorse e dilaziona. Il tema non è “difendere il costruttore”: il tema è che un’amministrazione che si presenta come capitale europea non può trasformare i rimborsi in una lotteria di bilancio.

Il TAR: sul capitale ok, ma Roma paga anche gli interessi

Il TAR, infatti, fotografa la realtà: sul capitale la causa si spegne perché Roma ha riconosciuto il credito e ha iniziato a pagare (circa 347 mila euro). Ma il Tribunale mette il dito nella piaga: gli interessi legali si pagano, e decorrono dal 21 luglio 2022, quando la società inviò la diffida via PEC. Significa una cosa chiara: più Roma rinvia, più il conto cresce. E in più, il TAR ricorda la regola che brucia: i pagamenti si imputano prima agli interessi e poi al capitale. Quindi anche l’acconto non “salva” davvero il Comune.

La domanda finale: se manca la cassa, chi paga il prezzo politico?

Questa storia non è solo un contenzioso edilizio: è un test di credibilità. Perché quando un Comune, la Capitale d’Italia, dice “non ho capienza”, sta dicendo ai cittadini: posso programmare, inaugurare, annunciare, ma quando arriva il momento di rispettare un obbligo certo (e con gli interessi che corrono) scatta il rinvio e a tempo indeterminato. Intanto il debito lievita giorno dopo giorno. E alla fine, come sempre, il conto non sparisce: cambia solo nome. Si chiama “fondo”, “accantonamento”, “saldo in annualità successiva”. Ma resta una cosa sola: soldi pubblici in affanno. E i romani che dovranno pagare, come al solito, il conto finale.