Meloni frena sulla legge elettorale e valuta il voto anticipato col Rosatellum: il sondaggio post referendum gela la sinistra


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Dopo il referendum del 22-23 marzo, chiuso con la vittoria del No e con un’affluenza del 58,9%, Giorgia Meloni sembra muoversi ora con maggiore prudenza. Formalmente l’iter della nuova legge elettorale parte oggi, 31 marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera. Politicamente, però, il clima sembra cambiato: nella maggioranza guidata da FdI si ragiona su audizioni, tempi lunghi e nessun blitz, mentre da Palazzo Chigi resta aperta anche l’ipotesi di elezioni anticipate, sullo sfondo di un quadro reso più delicato da rimpasto e inchieste che toccano l’area di governo.

Perché il Rosatellum torna utile

Il punto è semplice: cambiare adesso le regole del voto potrebbe offrire all’opposizione l’argomento perfetto del “colpo di mano”, proprio mentre la premier Meloni vuole evitare altri fronti aperti. Ecco perché il Rosatellum, che fino a pochi giorni fa sembrava destinato a essere superato, oggi torna a sembrare per la premier una ‘rete di sicurezza’. Un’analisi dell’Istituto Cattaneo segnala che, perfino traducendo meccanicamente il referendum in voti politici, con l’attuale legge l’opposizione arriverebbe al massimo a una maggioranza molto stretta o relativa. In più c’è una posta altissima: il prossimo Parlamento, con ogni probabilità, sarà quello chiamato a eleggere il successore di Sergio Mattarella, il cui secondo mandato è iniziato il 3 febbraio 2022 e dura sette anni, fino al 2029.

Il sondaggio che raffredda la sinistra

È qui che arriva la doccia fredda per il campo largo. Il primo sondaggio post referendum, diffuso il 31 marzo dalla trasmissione tv Quarta Repubblica e realizzato da Tecné, fotografa infatti un equilibrio ancora favorevole al centrodestra: 46,3% contro 45,2% del centrosinistra. Fratelli d’Italia resta primo partito con il 29,2%, davanti al Pd al 22,1% e al M5S al 13%. Il dato più politico, però, è un altro: il 44,2% degli intervistati si colloca ancora tra astensione e incertezza. Tradotto: la vittoria referendaria non si è trasformata, almeno per ora, in un vantaggio netto per l’opposizione.

Primarie, il campo largo già litiga

A sinistra, infatti, il problema non è solo battere Meloni, ma decidere come presentarsi. Conte spinge per primarie aperte e parla di scelta democratica del leader, con il M5S favorevole perfino al voto online. Schlein frena: dice di essere disponibile, ma chiarisce che la scelta del leader “non è la priorità”. Avs insiste sul fatto che venga prima il programma, non il nome. Anche +Europa chiede di aprire prima il tavolo sui contenuti. Azione, invece, si sfila del tutto. E c’è pure chi, come Silvia Salis, considera le primarie uno strumento sbagliato e preferirebbe un’intesa politica su una figura condivisa.

La vera partita si gioca adesso

Per questo la fase che si apre è più politica che tecnica. Meloni non sta solo ragionando su una legge elettorale: sta cercando il terreno meno rischioso per arrivare alle urne senza regalare all’opposizione una bandiera. Dall’altra parte, il centrosinistra prova a capitalizzare il referendum, ma non ha ancora sciolto il nodo decisivo: prima il programma o prima il capo? Finché questa risposta non arriverà, il vantaggio morale del dopo referendum rischia di restare soltanto un segnale, non ancora un’alternativa di governo.
(FOTO GENERATA CON IA, NON RAPPRESENTATIVA DEI VERI POLITICI RITRATTI)