Metal detector nelle scuole, Roma e Lazio al bivio: “Non basta mettere un metal detector, serve ben altro”

Roma, Polizia di Stato fuori a una scuola

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Il dibattito sulla sicurezza scolastica torna in primo piano e, questa volta, investe direttamente anche Roma e il Lazio. La proposta del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara di consentire l’installazione di metal detector negli istituti considerati “a rischio” apre un fronte delicatissimo: proteggere studenti e personale senza snaturare l’identità educativa della scuola. In una regione dove episodi di violenza giovanile, tensioni nei quartieri più complessi e microcriminalità attorno agli istituti non sono più un’eccezione, la domanda è una sola: davvero un metal detector può cambiare le cose?

Rusconi: “Decisione non automatica. A Roma serve una valutazione caso per caso”

A frenare l’entusiasmo per la scorciatoia securitaria è Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio, che invita a tenere i piedi per terra. Per il rappresentante dei dirigenti scolastici, una scelta così impattante non può diventare un meccanismo standard né una risposta emotiva all’onda lunga della cronaca. La regola, semmai, è la responsabilità istituzionale: una decisione del genere deve passare dal prefetto, con il coinvolgimento dei Consigli di istituto e del dirigente scolastico. Tradotto: serve una fotografia reale del territorio, scuola per scuola.

Metal detector sì, ma non come “soluzione finale”: il rischio è spostare il problema

L’idea di un filtro all’ingresso può apparire rassicurante, soprattutto in città metropolitane come Roma, dove gli istituti convivono con aree ad alta densità sociale, snodi di trasporto, flussi continui e tensioni latenti. Ma Rusconi mette in guardia: da soli, questi strumenti non risolvono il problema. Un metal detector intercetta oggetti, non intercetta il disagio. Può impedire un gesto estremo, ma non cancella le cause che lo rendono possibile: conflittualità, fragilità psicologiche, contesti familiari complessi, modelli culturali aggressivi, assenza di presìdi sociali. E soprattutto, rischia di trasformare la scuola in un luogo percepito come ostile.

Roma e Lazio, l’emergenza invisibile: furti, vandalismi e danni alla didattica

Nelle scuole romane e laziali c’è un altro tema che i dirigenti denunciano da anni e che spesso resta fuori dal dibattito pubblico: i furti e gli atti vandalici. Colpiscono soprattutto gli istituti più esposti, quelli che custodiscono laboratori, aule informatiche e attrezzature tecnologiche. Il danno non è solo economico: quando spariscono computer, strumenti o materiali, si blocca la didattica, si impoveriscono i progetti, si penalizzano proprio gli studenti che avrebbero più bisogno di opportunità. Per questo, Rusconi rilancia una priorità più “strutturale” e meno simbolica: rafforzare la videosorveglianza e la tutela degli edifici dove il rischio è concreto e ricorrente.

La scuola come presidio culturale: la risposta educativa che a Roma può fare la differenza

Il punto più importante, però, resta la funzione educativa. I presidi romani e laziali non negano il problema sicurezza: lo collocano dentro una cornice più grande. Perché la scuola non è un edificio da blindare, è un luogo da abitare. Rusconi insiste sulla necessità di aumentare l’azione educativa e di rendere gli istituti più vivi anche oltre l’orario delle lezioni: laboratori pomeridiani, attività artistiche, sport, cultura, spazi di socialità controllata. A Roma questa prospettiva è decisiva: nei quartieri fragili, una scuola aperta può diventare un argine al vuoto, un’alternativa alla strada, un punto di riferimento reale.

Tra controllo e fiducia: la partita vera si gioca sulla comunità scolastica

In una città complessa come Roma, la sicurezza non può essere ridotta a un varco d’ingresso. Serve una rete: istituzioni, scuola, famiglie, servizi sociali, forze dell’ordine. I metal detector possono avere un senso in casi mirati, dopo un’analisi seria e condivisa, ma non possono diventare il nuovo standard del sistema. Il rischio è illudersi di aver risolto tutto con un dispositivo, quando invece la scuola ha bisogno di risorse, personale, strumenti e progetti educativi continui. La vera sfida, nel Lazio, è questa: proteggere senza militarizzare. E soprattutto, prevenire prima che intervenire diventi l’unica strategia.