Minimarket e souvenir in centro: Roma vince in Tribunale e cambia le regole nell’area Unesco
Roma, il Campidoglio incassa una vittoria che pesa più di un singolo caso: il Consiglio di Stato, secondo e ultimo grado della Giustizia amministrativa, ha riconosciuto la legittimità della stretta sui minimarket e sulle attività considerate incompatibili con il decoro e la tutela del Centro storico. In sostanza, i giudici amministrativi hanno ribaltato l’impostazione emersa in precedenza al Tar e hanno dato ragione al Comune sulla possibilità di imporre criteri più severi in un’area “eccezionale”, come il cuore di Roma, patrimonio Unesco.
Roma “speciale”: l’autonomia del Campidoglio sul commercio
Il punto politico e giuridico è netto: Roma non viene trattata come un Comune ordinario. La decisione afferma che l’amministrazione capitolina può comprimere la libertà d’impresa quando entra in collisione con interessi superiori, come la tutela di un contesto urbano unico al mondo. Tradotto: se il rischio è trasformare il Centro storico in una sequenza di botteghe mordi-e-fuggi, vetrine di gadget e insegne identiche, l’ente locale può intervenire con regole più stringenti, anche rispetto alla cornice nazionale sulla concorrenza.
Il caso pilota: un trasferimento bloccato nel perimetro Unesco
La vicenda nasce dal ricorso di un minimarket che voleva spostarsi in un’altra posizione centralissima, sempre dentro l’area Unesco, tra via del Corso e via di Ripetta. I titolari avevano presentato la Scia, convinti che bastasse a rendere legittimo il trasferimento, com’è avvenuto per anni in centinaia di casi simili. Ma nel frattempo è entrato in vigore il nuovo regolamento capitolino e, con esso, una serie di paletti che cambiano la partita: non solo per le nuove aperture, ma anche per chi intende “traslocare” nel Centro.
Regolamento 109: cosa vieta e cosa impone nelle zone di pregio
Il cuore della stretta è il Regolamento 109, che disciplina commercio e artigianato nella Città storica con mappe, perimetri, divieti e requisiti di qualità. L’obiettivo dichiarato è fermare l’effetto “souvenirizzazione” del Centro, limitando attività ritenute invasive: dalla vendita di alcol h24 alla paccottiglia turistica, fino a format che producono degrado urbano e pressione sulla vivibilità. Tra le condizioni: soglie minime di superficie per la vendita, locali adeguati, regole su insonorizzazione e servizi, e l’impossibilità di affiancare alimentari a funzioni come money transfer, internet point o cambio valuta.
Perché il Comune ha detto no: i due motivi decisivi
Nel caso specifico, il Campidoglio ha stoppato il trasferimento per due ragioni centrali: superficie di vendita sotto la soglia richiesta e collocazione in un’area già segnata da attività non tutelate, cioè considerate non coerenti con la strategia di tutela del Centro. Il nodo, in pratica, è questo: per il Comune non c’è differenza sostanziale tra aprire ex novo e trasferirsi. Se entri nel perimetro Unesco, devi rispettare le stesse condizioni. Una svolta che cambia la routine amministrativa di un settore abituato a muoversi con la sola Scia.
La linea dei giudici: criteri proporzionati e tutela “preminente”
Il Consiglio di Stato ha sposato la tesi del Comune: i criteri introdotti sono legittimi e proporzionati, perché rispondono a esigenze superiori di tutela del patrimonio urbano. Secondo questa impostazione, la qualità dell’investimento, la sicurezza, la gestione degli spazi e l’impatto sul contesto diventano parametri decisivi. È un passaggio che fa scuola: riconosce all’amministrazione un margine più ampio nel governare le trasformazioni commerciali del Centro storico, evitando che la logica del “si può sempre” prevalga su decoro e identità dei luoghi.
Impatto pratico: cosa succede adesso nel Centro storico
La sentenza apre una fase nuova: il regolamento non è più soltanto una scelta politica, ma un impianto rafforzato da un pronunciamento che può diventare riferimento per casi simili. Per i minimarket e per le attività a vocazione turistica significa che trasferimenti, subentri e nuove aperture saranno sottoposti a un filtro più severo. Per il Campidoglio, invece, è una legittimazione a proseguire nella linea di “riordino” del commercio nel Centro, con un messaggio chiaro: la tutela della città storica può pesare più della libertà d’impresa quando questa rischia di snaturare un patrimonio mondiale.