Missili su Teheran, il fronte si allarga: la guerra entra in una nuova fase, oltre 30 morti in Libano
Il cielo di Teheran torna a riempirsi di esplosioni. Le sirene risuonano anche a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano. E mentre gli Stati Uniti e Israele intensificano i raid contro obiettivi iraniani, il conflitto travalica i confini e accende un nuovo fronte in Libano. Non è più una crisi a distanza: è un’escalation che corre veloce, con numeri e scenari che cambiano di ora in ora.
Secondo le autorità locali, la provincia di Yazd è stata colpita da attacchi congiunti. Nel nord-ovest dell’Iran, nella regione dell’Azerbaigian orientale, si contano almeno 27 morti nelle ultime 48 ore. A Sanandaj ci sono tre vittime dopo l’ultima ondata di missili. Le immagini diffuse dalle agenzie iraniane mostrano edifici sventrati e squadre di soccorso tra le macerie.
Beirut sotto attacco: 31 morti, 149 feriti
Ma è in Libano che il bilancio si fa ancora più pesante. Nella periferia sud di Beirut e nel sud del Paese, i raid israeliani hanno provocato almeno 31 morti e 149 feriti, secondo il ministero della Salute libanese. Israele parla apertamente di “campagna offensiva contro Hezbollah”. Il capo di stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, avverte: gli attacchi potrebbero durare “molti giorni” e non esclude un’operazione di terra. Il conflitto con Hezbollah non è più un’ipotesi, ma un fronte attivo.
Kuwait, Erbil, Cipro: la mappa si allarga
Le tensioni si propagano a macchia d’olio. In Kuwait colonne di fumo si alzano nei pressi dell’ambasciata americana, mentre risuonano le sirene antiaeree. L’ambasciata degli Stati Uniti parla di “minaccia continua di missili e droni” e invita i cittadini a restare al riparo. Un caccia si schianta vicino alla base Usa di Ali Al Salem, secondo video geolocalizzati dai media internazionali. In Iraq, forti detonazioni vengono segnalate nei pressi dell’aeroporto di Erbil, che ospita truppe della coalizione guidata da Washington, con sistemi di difesa aerea avrebbero intercettato droni.
Anche Cipro entra nella geografia della crisi. La base britannica di Akrotiri viene colpita da un drone, con danni lievi. Il presidente cipriota Nikos Christodoulides precisa che l’isola non partecipa alle operazioni militari, ma Londra ha già autorizzato l’uso delle proprie basi agli Stati Uniti per colpire siti missilistici iraniani. C’è da segnalare che, nei suoi attacchi, tranne che a Dubai, l’Iran ha principalmente colpito basi militari, mentre da parte di Israele e Stati Uniti gli attacchi finora ha portato a morti e feriti tra i civili, a partire dal primo bombardamento, che ha colpito una scuola femminile in Iran, provocando la morte di 165 persone, tra cui tantissime studentesse.
Cosa succederà?
Sul piano politico, il presidente Donald Trump manda segnali ambivalenti: disponibilità a un confronto con un “nuovo” Iran, ma nessuna interruzione dell’operazione militare con Israele. L’offensiva, secondo quanto trapela da ambienti americani, potrebbe durare almeno un mese. Una linea dura che arriva in un momento cruciale, dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, evento che ha già ridisegnato gli equilibri interni alla Repubblica islamica.
In questo scenario ad alta tensione, il ministro degli Esteri Antonio Tajani assicura contatti costanti con le sedi diplomatiche italiane nella regione e la convocazione di una task force per valutare le ricadute economiche del conflitto. La priorità resta la sicurezza dei connazionali, civili e militari. L’asse Usa-Israele contro Iran ha aperto una fase nuova, con il coinvolgimento diretto di Hezbollah, attacchi incrociati e un raggio d’azione che tocca Golfo Persico, Levante e Mediterraneo orientale. I numeri delle vittime crescono. Le basi militari diventano bersagli. Le ambasciate alzano il livello di allerta. La domanda, ora, non è se la crisi si allargherà ancora. Ma fino a dove.