Morto Evaristo Beccalossi: addio al “genio ribelle” dell’Inter
Lutto nel mondo del calcio. È morto Evaristo Beccalossi. Il campione nerazzurro se n’è andato in silenzio, come fanno i fuoriclasse veri. Evaristo Beccalossi è scomparso nella notte a Brescia, a pochi giorni dal suo 70esimo compleanno, che avrebbe compiuto il 12 maggio. Un nome che per i tifosi dell’Inter non è solo calcio: è fantasia, talento puro, giocate fuori schema. Uno che vedeva linee dove gli altri vedevano solo campo.
Una vita tra talento e personalità: il “Becca”
Classe 1956, nato e cresciuto a Brescia, Beccalossi è stato uno dei centrocampisti più tecnici e imprevedibili del calcio italiano. Non correva come gli altri, non giocava come gli altri. Ma bastava un pallone tra i piedi per cambiare una partita. Ha iniziato proprio nel Brescia, la squadra della sua città, prima di esplodere con la maglia dell’Inter, dove è diventato una vera bandiera negli anni ’70 e ’80. In nerazzurro ha collezionato oltre 200 presenze, firmando gol pesanti e assist che ancora oggi i tifosi ricordano. Il suo marchio di fabbrica era il numero 10, la posizione tra le linee e quella capacità rara di inventare calcio quando il gioco si faceva stretto.
Lo chiamavano “il Becca”. Geniale, imprevedibile, a tratti anarchico. Non amava le etichette, né gli schemi rigidi. Era uno di quei giocatori che accendevano lo stadio con una giocata sola. In un calcio che iniziava a diventare sempre più fisico e organizzato, lui restava fedele a un’idea semplice: la qualità prima di tutto. E quando era in giornata, diventava immarcabile. Dopo l’esperienza all’Inter, ha continuato la carriera tra Sampdoria, Monza e ancora Brescia, chiudendo poi il cerchio nella sua città.
Gli ultimi mesi e la malattia
Da oltre un anno le sue condizioni erano diventate critiche. Nel gennaio 2025 era stato colpito da un malore che lo aveva costretto a un lungo ricovero e a un periodo di coma. Nelle ultime settimane era assistito presso la clinica Poliambulanza di Brescia, dove è morto tra martedì e mercoledì.
Con Beccalossi se ne va un pezzo di calcio che non esiste più. Quello dei numeri 10 puri, dei giocatori che non seguivano il copione ma lo scrivevano. Non ha mai avuto bisogno di numeri gonfiati o statistiche da copertina. Gli bastavano una palla, un’intuizione e un attimo per lasciare il segno. E oggi, quel segno resta. Dentro la memoria di chi il calcio lo guarda ancora con gli occhi di allora.