Mostra del Cinema di Venezia, Leone d’oro a George Clooney: ma la politica rischia di oscurare i film?
Il Leone d’oro alla carriera che verrà assegnato alla Mostra del Cinema di Venezia a George Clooney celebra uno dei volti più riconoscibili del cinema contemporaneo, ma riapre anche una questione che attraversa ormai festival e cerimonie internazionali: quando una star diventa un protagonista politico, è ancora possibile separare completamente l’attore dal militante? A Venezia arrivano grandi film e interpreti, ma il loro lavoro rischia talvolta di essere preceduto, e persino messo in ombra, dalle posizioni pubbliche.
Il Leone d’oro a un divo globale
Clooney arriva a Venezia per ricevere il massimo riconoscimento alla carriera della Mostra. Sul palco, a pronunciare la laudatio, sarà Laura Dern, collega e amica con la quale ha condiviso il set di Jay Kelly. Il premio riconosce un percorso costruito tra interpretazione, regia, produzione e impegno civile. Una carriera solida, dunque, che non ha bisogno della politica per giustificare il Leone.
Eppure, oggi, Clooney non è più soltanto il protagonista di Ocean’s Eleven, Michael Clayton o Tra le nuvole. È anche una personalità capace di intervenire direttamente negli equilibri del Partito democratico americano.
Clooney, l’emblema della star politicizzata
Negli anni l’attore ha sostenuto Barack Obama e Joe Biden, partecipando a importanti raccolte fondi. Nel giugno 2024 fu tra i protagonisti dell’evento di Los Angeles che raccolse oltre 30 milioni di dollari per la campagna di Biden. Poche settimane dopo chiese pubblicamente al presidente di ritirarsi dalla corsa per un secondo mandato.
Clooney non invitò quindi Biden a dimettersi dalla Casa Bianca, ma a rinunciare alla candidatura. Resta un passaggio difficilmente dimenticabile: una star che prima contribuisce a finanziare un candidato e poi interviene per sollecitarne il ritiro. Un caso quasi unico per peso mediatico, tempismo e capacità di incidere sul dibattito politico.
La celebrazione rischia di cambiare significato
Il Leone d’oro premia l’artista, non l’attivista. Ma è inevitabile domandarsi quale Clooney venga celebrato dal pubblico: l’attore, il regista o il leader d’opinione progressista? La domanda non mette in discussione il valore della sua carriera. Segnala piuttosto quanto sia diventato difficile, per alcune star, lasciare la politica fuori dalla sala.
Il rischio è che una festa nata per riunire gli spettatori intorno al cinema finisca per parlare soprattutto a una parte del pubblico, quella che condivide già sensibilità, battaglie e linguaggio del mondo culturale dominante.
Dagli Stati Uniti all’Europa
Il fenomeno non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Javier Bardem e Penélope Cruz, attesi a Venezia con Bunker di Florian Zeller, intervengono da anni sulla questione israelo-palestinese. Bardem ha condannato gli attacchi di Hamas, chiesto la liberazione degli ostaggi e denunciato le sofferenze della popolazione di Gaza. Posizioni articolate, ma ormai inseparabili dalla sua immagine pubblica.
Nel cinema europeo, inoltre, molti attori e registi si espongono su ambiente, immigrazione, diritti civili, Palestina e contrasto alle destre. Non sostengono necessariamente lo stesso partito, ma si muovono prevalentemente dentro un orizzonte progressista. Le voci conservatrici esistono, tuttavia appaiono meno numerose e meno visibili nei grandi festival.
Venezia ha ancora grandi film da raccontare
La Mostra conserva un programma capace di attirare l’attenzione internazionale. Al Pacino e Kiefer Sutherland arriveranno con Father Joe, Robert Pattinson sarà protagonista di Primetime, mentre Guy Pearce interpreterà un giovane Rupert Murdoch nel film inaugurale di Danny Boyle. Bardem e Cruz porteranno sullo schermo una coppia in crisi davanti a una scelta moralmente ambigua.
Sono opere, personaggi e storie che meriterebbero di occupare il centro della scena. Quando invece l’attesa si concentra sulle dichiarazioni che una star potrebbe pronunciare, il film rischia di trasformarsi nel semplice sfondo di un messaggio politico.
Il cinema dovrebbe unire, non arruolare
Nessuno può chiedere agli artisti di rinunciare alle proprie idee. La libertà di espressione vale anche per chi possiede fama, denaro e milioni di seguaci. Ma proprio questa enorme influenza dovrebbe suggerire una misura: un festival non è una convention di partito e un premio alla carriera non dovrebbe diventare l’approvazione implicita di un intero sistema di opinioni.
La vera forza del cinema consiste nella capacità di mettere nella stessa sala persone diverse. Il Leone a Clooney può essere una grande festa per la settima arte. Per riuscirci, però, Venezia deve lasciare che davanti alla politica tornino i film, i personaggi e le grandi storie. Altrimenti il rischio non è lo scandalo, ma qualcosa di più sottile: una celebrazione prestigiosa nella quale una parte del pubblico non riesce più a riconoscersi.