’Ndrangheta a Roma, la Cassazione conferma: niente più ‘cani sciolti’, c’è la “locale”. 107 anni di condanne
Non era una presenza occasionale. Non era un’infiltrazione temporanea. A Roma la ’ndrangheta ha messo radici, con un’organizzazione riconosciuta, autorizzata e strutturata come in Calabria.
Lo ha certificato la Cassazione, mettendo il sigillo definitivo sull’inchiesta “Propaggine”. Oltre 100 anni di carcere complessivi per il clan guidato da Antonio Carzo, condannato in via definitiva a 18 anni. E la conferma definitiva che a Roma esisteva una vera “locale” ufficiale di ’ndrangheta.
Il verdetto della Cassazione
La Suprema Corte ha rigettato tutti i ricorsi, confermando la condanna inflitta in appello a 14 imputati per un totale di 107 anni di carcere. Con questa decisione, i giudici hanno riconosciuto che l’organizzazione smantellata dai pm Giovanni Musarò, Francesco Minisci e Stefano Luciani aveva tutte le caratteristiche della ’ndrangheta: struttura, gerarchie, riti e collegamento diretto con la casa madre calabrese. Nel 2023 l’indagine aveva portato all’arresto di 43 persone, divise in due anime: da una parte il gruppo di Carzo, dall’altra il braccio imprenditoriale riconducibile a Vincenzo Alvaro. Due percorsi processuali distinti, rito abbreviato per i primi, ordinario per i secondi. Per gli Alvaro il verdetto di primo grado è ormai vicino.
Tutto è partito nel 2014, quando Antonio Carzo, esponente di una storica famiglia di Cosoleto, è uscito dal carcere dopo 13 anni scontati in regime di massima sicurezza, senza mai collaborare. Una fedeltà che gli ha fatto guadagnare credito e autorevolezza. E quando arriva a Roma ha le spalle protette. Secondo le indagini coordinate dai procuratori aggiunti Ilaria Calò e Michele Prestipino, in meno di un anno ottiene l’autorizzazione a fondare la prima “locale” ufficiale della città.
Il via libera arriva dalla “Provincia”, l’organo di vertice noto anche come “Crimine”. Una sorta di consiglio di amministrazione della mafia calabrese. Da quel momento Roma diventa una succursale riconosciuta, con ruoli, riti e gerarchie importate dalla Calabria. Carzo da una parte, Alvaro dall’altra, una diarchia che tiene insieme tradizione mafiosa e fiuto imprenditoriale.
Le intercettazioni: “Sei come il Papa a Roma”
A fare il quadro della situazione sono le intercettazioni. «Sei arrivato a Roma, al centro di Roma, hai aperto un bel locale… sei come il Papa oggi», dice un affiliato a Carzo, ignaro delle microspie. I settori infiltrati sono quelli classici e meno vistosi: pasticcerie, panifici, commercio del pesce, attività apparentemente innocue ma ideali per riciclare, controllare e radicarsi sul territorio. Il catalogo dei reati è quello di un’organizzazione matura: associazione mafiosa, estorsioni, droga, armi, intestazioni fittizie, truffe allo Stato, riciclaggio, concorso esterno.
Cos’è una “locale”
Nel linguaggio mafioso la “locale” indica una filiale con pieni poteri, autorizzata dai vertici calabresi. Per esistere deve essere riconosciuta, legittimata, inserita nella catena di comando. La Cassazione ha stabilito che questo è accaduto a Roma nel 2015. Una sede distaccata permanente della ’ndrangheta, capace di replicare lo stesso modello operativo delle roccaforti storiche. Non più “cani sciolti”, ma struttura stabile, con regole antiche e affari moderni.
Il nome dell’inchiesta, invece, nasce dalle intercettazioni. «Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto», ripetono gli affiliati. Una frase che lega senza ambiguità la Capitale ai paesi della Calabria, un filo diretto fatto di uomini, ordini e soldi. Nelle carte firmate dal gip Gaspare Sturzo emerge anche il livore verso polizia e magistratura. I boss parlano della “squadra della Calabria”, riferendosi a magistrati come Pignatone, Cortese, Prestipino, colpevoli di conoscerli troppo bene. «C’era tutta la squadra che combatteva nei nostri paesi…Maledetti», li chiamano, preoccupati da chi sa già come ragionano e dove colpire.
La condanna definitiva di Antonio Carzo e dei suoi figli Domenico e Vincenzo, con pene tra 9 e 12 anni, ha messo un punto fermo storico. Ma non ha chiuso la partita. Nel procedimento ordinario parallelo, la Procura ha chiesto 450 anni di carcere per altri 40 imputati. Un’offensiva giudiziaria che punta a smontare, pezzo dopo pezzo, una rete che ha provato a colonizzare l’economia romana seguendo le vecchie regole calabresi. La Cassazione lo ha confermato. A Roma la ’ndrangheta non è ospite. E di casa.