Nuova piazza del Colosseo: travertino al posto dei sampietrini, restauro o snaturamento? Polemiche sul cantiere da 2,2 milioni
Il nuovo volto della piazza del Colosseo è ormai quasi definitivo. Il Parco archeologico ha completato la sostituzione dei tradizionali sampietrini con grandi lastre di travertino, in un intervento da 2,2 milioni di euro che sarà inaugurato entro Pasqua. L’operazione, finanziata anche con fondi compensativi legati ai lavori della metropolitana, punta a ricostruire la sagoma originaria dell’anello esterno dell’anfiteatro.
L’intervento cambia in modo permanente la percezione urbana di uno dei luoghi più iconici al mondo, sollevando interrogativi sulla reale necessità di snaturare l’equilibrio storico della piazza.
Il progetto del Parco archeologico
L’iniziativa è stata programmata e realizzata dal Parco archeologico del Colosseo, che ha definito l’intervento “reversibile” e realizzato con materiali innovativi. L’area interessata è quella compresa tra l’Arco di Costantino e la pendice di via Celio Vibenna, in corrispondenza degli antichi ambulacri meridionali, crollati nei secoli.
Secondo il direttore Simone Quilici, l’obiettivo è restituire leggibilità alla forma originaria dell’anfiteatro, distinguendo il profilo monumentale dalla piazza moderna. Una scelta che, sul piano tecnico, affonda le radici negli scavi avviati nel 2022, quando la rimozione dei sampietrini ha permesso nuove indagini stratigrafiche.
Una percezione urbana alterata
Il risultato visivo è netto: il bianco del travertino contrasta in modo marcato con il grigio scuro dei sampietrini che restano nel resto della piazza. Per molti visitatori si tratta di un segno di chiarezza formale; per altri, invece, di una frattura percettiva che interrompe la continuità storica del contesto urbano.
Il Colosseo non è un oggetto isolato ma parte di un sistema stratificato, che comprende la vicina Via dei Fori Imperiali e l’area archeologica centrale. Alterarne il suolo significa intervenire su quell’equilibrio sottile tra monumento e città costruito nel corso dei secoli.
Tra tutela e trasformazione
Il Parco sostiene che l’intervento sia pienamente reversibile. Tuttavia, la reversibilità tecnica non equivale necessariamente a neutralità culturale. Una volta modificata la percezione collettiva di uno spazio simbolico, il ritorno alla condizione precedente diventa improbabile.
Inoltre, l’operazione si inserisce in una fase di profonda trasformazione dell’area, segnata dai cantieri della Linea C e da recenti episodi come i crolli nella zona della Torre dei Conti. In questo contesto, la nuova pavimentazione appare come l’ennesimo tassello di una ridefinizione complessiva del paesaggio archeologico romano.
I parallelepipedi in travertino: funzione o scenografia?
Sul nuovo semianello sono stati collocati grandi blocchi in travertino, concepiti come elementi evocativi dei pilastri che sorreggevano l’anello esterno dell’anfiteatro. Non sono sedute, anche se molti turisti li utilizzano come tali.
Si tratta di segni architettonici che marcano la posizione degli antichi fornici e rendono leggibile il tracciato dei corridoi. Tuttavia, la loro presenza solleva un interrogativo: fino a che punto la ricostruzione evocativa rischia di trasformarsi in una scenografia contemporanea, più funzionale alla fruizione turistica che alla comprensione storica?
Una domanda ancora aperta
L’intervento è stato realizzato “carte alla mano”, nel rispetto delle procedure di tutela e con un investimento pubblico tracciabile. Non si tratta dunque di un’operazione improvvisata. Resta però una questione di fondo: era davvero necessario sostituire un elemento identitario come i sampietrini per restituire la forma originaria dell’anfiteatro?
Il Colosseo ha attraversato duemila anni di trasformazioni senza perdere la propria forza simbolica. Ogni intervento contemporaneo, anche quando animato da intenti conservativi, dovrebbe misurarsi con questa responsabilità. Perché in luoghi come questo la linea tra valorizzazione e snaturamento è sottile, e il giudizio finale spetterà non solo agli archeologi, ma alla memoria collettiva della città.