Omicidio Diabolik, tre avvertimenti ignorati: «Senese è come Hitler. Questo ti fa ammazzare Fabrì», poi l’esecuzione
«O paghi o mori. Perché Senese è come Hitler». E ancora: «Questo ti fa ammazzare Fabrì, già le ha fatte queste cose». A Fabrizio Piscitelli, Diabolik, lo avevano avvertito. Non una volta sola. Tre. Lui, però, non sembrava preoccuparsene. «Vabbè, che me fa», avrebbe risposto. Meno di sei mesi dopo, il 7 agosto 2019, era seduto su una panchina al Parco degli Acquedotti quando un uomo gli ha sparato alla nuca.
Sette anni dopo quell’omicidio, la nuova inchiesta sulla morte del capo ultrà della Lazio ricostruisce una guerra molto più ampia di un semplice regolamento di conti. Al centro ci sono il controllo del narcotraffico a Roma, la rottura di Piscitelli con la famiglia Senese, i rapporti con i gruppi albanesi e una serie di vendette incrociate esplose prima e dopo quell’esecuzione.
La Procura ha contestato il ruolo di mandanti a Michele Senese, Leandro Bennato e Alessandro Capriotti, finiti in carcere nell’ambito dell’operazione «Roma diabolika». Per Giuseppe Molisso, indicato dalla Procura, il gip ha invece ritenuto che non fosse raggiunta «la soglia della gravità indiziaria». Quanto all’esecutore materiale, Raul Esteban Calderon è stato condannato in primo grado e poi assolto in Appello. Un passaggio che resta centrale nella ricostruzione giudiziaria della vicenda.
Diabolik, da uomo dei Senese a potenza criminale
Piscitelli era cresciuto nell’orbita dei Senese. Ma nel tempo era diventato sempre più autonomo e potente. Il suo nome non era legato soltanto alla Curva Nord della Lazio e agli Irriducibili. Secondo la ricostruzione investigativa, Diabolik aveva costruito una rete nel traffico di droga insieme al socio Fabrizio Fabietti e a esponenti della batteria albanese di Arben Zogu, tra cui Elvis Demce, Orial Kolaj e Dorian Petoku.
Dall’altra parte c’erano Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, collegati alla batteria di Giardinetti. Due gruppi. Due interessi criminali. E una fetta enorme del mercato della droga romana da spartire. È in questo passaggio che, secondo il gip Livio Sabatini, va cercata la chiave dell’omicidio. I motivi della morte di Piscitelli, scrive il giudice, «non sono dipesi esclusivamente dal contrasto tra Piscitelli e Alessandro Capriotti», ma sono collegati «in modo chiaro alla rottura con la famiglia Senese, alla sua ascesa criminale e alla contrapposizione tra il suo gruppo e l’associazione a delinquere diretta da Giuseppe Molisso e Leandro Bennato».
Roma, “Me piace proprio fa’ ‘o male”: le intercettazioni che hanno portato agli arresti
«Questo ti fa ammazzare Fabrì»: gli avvertimenti ignorati
Il clima era già cambiato mesi prima dell’agguato. A Piscitelli arrivano avvertimenti sempre più espliciti. Raffaele Purpo, intercettato, gli avrebbe parlato chiaramente: «Questo ti fa ammazzare Fabrì, già le ha fatte queste cose». Tre avvertimenti, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti. Diabolik, però, non avrebbe mostrato particolare preoccupazione. La risposta riferita nelle intercettazioni è secca: «Vabbè, che me fa».
Nel frattempo il rapporto con il vecchio ambiente di riferimento si era deteriorato. Piscitelli non era più soltanto uno degli uomini della rete. Era diventato un protagonista autonomo. E la sua crescita criminale, secondo la ricostruzione del gip, aveva finito per entrare in collisione con gli equilibri precedenti.
Il debito da 300mila euro e gli spari contro casa Capriotti
Uno dei passaggi che anticipano l’omicidio riguarda Alessandro Capriotti, conosciuto come «Il miliardero» o «il fornaro». Capriotti aveva un debito di circa 300mila euro con le bande albanesi vicine a Piscitelli. Diabolik sarebbe intervenuto per mediare. Il tentativo, però, non avrebbe risolto il problema. Secondo la ricostruzione investigativa, il 22 febbraio 2019 Arindi Boci ed Enea Carka, appartenenti alla batteria legata a Piscitelli, sparano con un kalashnikov contro l’abitazione di Capriotti a Grottaferrata, mentre dentro si trovavano anche la moglie e la figlia minorenne. Il giorno dopo Boci partecipa a una riunione nel parcheggio del Policlinico di Tor Vergata. Ci sono Molisso, Bennato e Marco Desideri. Gli agenti sottolineano una frase: «Gli italiani sorridono, gli albanesi sembrano giustificarsi». La tensione è ormai evidente.
Anche con Molisso il rapporto di Piscitelli si sarebbe ormai spezzato. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, tra i due ci sarebbe stato un contrasto e Molisso avrebbe pronunciato una minaccia pesante: «Non ti faccio arrivare a Natale». Piscitelli, intanto, continuava a muoversi nella sua rete. Il giorno dell’omicidio aveva un appuntamento con Capriotti. I due avevano discusso. Piscitelli si sarebbe messo in mezzo per cercare di risolvere la questione tra Capriotti e gli albanesi che reclamavano il denaro. La proposta per chiudere il debito sarebbe stata di 7mila euro e alcuni orologi come garanzia. Ma Piscitelli avrebbe rifiutato. Un altro affronto in una partita nella quale i soldi erano soltanto una parte del problema.
Il 7 agosto 2019 lo sparo al Parco degli Acquedotti
Poi arriva il 7 agosto 2019. Piscitelli è al Parco degli Acquedotti. È seduto su una panchina. Un uomo arriva alle sue spalle e gli spara un colpo alla nuca. Diabolik muore sul posto.
Per la Procura a sparare è Raul Esteban Calderon, ma la sua posizione giudiziaria ha avuto un passaggio decisivo: dopo la condanna in primo grado è stato assolto in Appello. La nuova inchiesta punta invece sui presunti mandanti e sulla rete di rapporti che, secondo gli inquirenti, avrebbe portato all’eliminazione di Piscitelli.
Dopo Diabolik comincia la guerra: «L’ha tritato un mio cugino in infermeria»
L’omicidio non chiude la situazione. La fa esplodere. Gli uomini vicini a Piscitelli iniziano a cercare i responsabili dell’agguato. Dall’altra parte partono le contromosse. Vengono ricostruiti gli spari contro Leandro Bennato, nel traffico a Casalotti. Poi la caccia a Fabrizio Fabietti e un tentativo di arrivare a Giuseppe Molisso, sfumato mentre era in corso un sequestro. Una catena di vendette che, secondo gli investigatori, non si ferma nemmeno dentro il carcere.
Anche Calderon, indicato dalla Procura come autore materiale dell’omicidio, sarebbe finito nel mirino degli uomini legati a Piscitelli. In un’intercettazione, Orial Kolaj parla dell’aggressione subita da Calderon in infermeria. «L’ha tritato un mio cugino in infermeria quello che ha ammazzato Fabrizio», si legge nelle intercettazioni. E ancora: «Si è fatto ricoverare apposta perché lo avevano messo lì». È la fotografia di una guerra che, secondo la ricostruzione investigativa, continua anche dopo gli arresti e dietro le sbarre.
La guerra per il controllo di Roma
C’è infine una frase tra le conversazioni finite nell’inchiesta. A parlare è Vincenzo Senese, figlio di Michele. «Diabolik era un grande compagno di papà», dice. Poi aggiunge: «S’è preso troppa confidenza e l’abbiamo fatto ammazzà. È rimasto sopra una panchina». Una frase che fa capire che in quell’ambiente non si scherza. Perché dietro l’uccisione di Fabrizio Piscitelli, secondo l’impianto accusatorio e le valutazioni del gip, non ci sarebbe soltanto una lite degenerata o un debito non pagato. C’è la rottura di un equilibrio criminale, la crescita di un gruppo concorrente e la lotta per il controllo del traffico di droga nella Capitale. Una guerra cominciata prima di quella panchina del Parco degli Acquedotti e continuata dopo quello sparo.