Ostia, 20 anni di botte e pozioni magiche al figlio “per liberarlo dal male”: mamma orco prova a vendere la villa per non pagare il risarcimento
Non si è fermata neppure davanti a una condanna penale definitiva. Dopo aver distrutto l’infanzia del figlio, ora ha provato a salvare il patrimonio. Ma questa volta la manovra è stata fermata in tempo. Nei giorni scorsi il Tribunale di Roma ha disposto il sequestro conservativo della quota di una villa appena ereditata da Cristina a pochi passi da Ostia, la madre condannata a quattro anni di carcere per maltrattamenti aggravati nei confronti del figlio Giovanni. Un provvedimento arrivato lo stesso giorno della richiesta, fatta dall’avvocato Pierluigi Nazzaro, che assiste il ragazzo da anni.
L’obiettivo era vendere rapidamente l‘immobile, per evitare di pagare l’indennizzo risarcitorio dovuto al figlio, vittima per circa 20 anni di incredibili violenze domestiche.
La condanna a 4 anni di carcere
La condanna, arrivata a ottobre del 2025, aveva messo nero su bianco un inferno durato dal 1998 al 2019. Giovanni, oggi 33 anni, aveva raccontato in aula una quotidianità fatta di botte, umiliazioni e privazioni. Un figlio trattato come un nemico, svegliato di notte, picchiato, affamato, rinchiuso al buio per ore. Cristina lo insultava, lo colpevolizzava della propria esistenza, lo sottoponeva a rituali ossessivi, lo isolava dal mondo. Quando finiva al pronto soccorso, era costretto a mentire ai medici. Quando riceveva regali, la madre glieli portava via.
«Sei il cancro del mio utero», gli diceva spesso. «Sei un mongoloide», «sei un aborto mancato». Lo svegliava nel cuore della notte per costringerlo a bere intrugli “magici”, convinta di poterlo liberare dagli “alieni” o dal “male”. Quando Giovanni provava a difendersi o a chiedere perché, arrivavano le botte: pugni, schiaffi, spinte. E il terrore del bambino, che quando sono iniziati i maltrattamenti aveva solo 6 anni, non era solo fisico. Era fatto di attese: la paura del prossimo richiamo, della prossima umiliazione, del prossimo pasto negato.
Lucchetto al frigorifero e i regali rubati
Cristina controllava il cibo come si controlla un tesoro. Il frigorifero veniva chiuso con un lucchetto di cui lei sola conosceva la combinazione. «Sei grasso», giustificava, e gli negava il cibo. Per mangiare, Giovanni aveva imparato a bussare alle porte dei vicini. E la signora che lo sfamava era diventata per lui una salvezza. È stata lei, per anni, a dargli pane e affetto al posto della madre.
Ma la madre andava anche oltre. Cristina tingeva i capelli di biondo al figlio, lo costringeva a somigliarle. Non tollerava che avesse gli stessi colori del padre. Ogni gesto era un tentativo di cancellare un’identità, fino a rendere il ragazzo estraneo a sé stesso. E non aveva diritto a nulla. Anche i regali di Natale e compleanno gli venivano sequestrati e, per riuscire a conservare qualcosa, Giovanni doveva nasconderlo.
Botte fino a finire all’ospedale
La madre ci andava giù pesante, con le botte. In due occasioni il ragazzo è finito al pronto soccorso dell’ospedale Grassi di Ostia con il volto tumefatto, il sangue sulle labbra. Ma la madre trovava sempre una storia da raccontare ai medici: «Lo hanno aggredito dei coetanei», diceva. «Gli hanno rubato la bici». Menzogne costruite per mascherare la violenza domestica e per far sembrare il figlio un imbranato.
E quando non erano botte, le punizioni erano anche peggio. Cristina lo confinava spesso nella stanza o in bagno per lungo tempo, a volte per 12 ore consecutive. La porta chiusa, una stanza che diventava prigione. Nessuno poteva entrare. Nessuno doveva sentire. Ma alla fine, grazie al padre che si era accorto che qualcosa non andava e aveva richiesto l’affidamento esclusivo del figlio, l’incubo – durato oltre 9 anni – di Giovanni è finito. E, lo scorso ottobre, il tribunale di Roma gli ha dato ragione su tutta la linea.
Il sequestro conservativo
E oggi, quando Cristina ha provato a mettere in vendita la quota dell’immobile appena ereditata per sottrarsi al risarcimento, le cose non sono andate come avrebbe voluto. Il sequestro conservativo disposto dalla V Sezione del Tribunale rappresenta per Giovanni una prima forma di tutela reale, dopo anni di battaglie giudiziarie. Non cancella il passato, ma impedisce che anche il presente venga nuovamente sottratto.
«La giustizia non restituisce l’infanzia, ma così garantiamo il suo presente e il suo futuro. Solo quello che gli spetta, niente di più niente di meno», commenta l’avvocato Pierluigi Nazzaro. Perché la giustizia può impedire che la violenza continui sotto altre forme. Anche quelle, più silenziose, del denaro e del patrimonio. La casa resta lì. Vincolata. In attesa che il diritto faccia il suo corso fino in fondo. Questa volta, senza scorciatoie.