Ostia, allergico alla penicillina ma gli fanno l’iniezione: 68enne muore dopo tre ore. Medico e infermiere a processo

CPO Ostia

Era scritto nella cartella clinica. Massimo Gialli era allergico alla penicillina. Eppure quella sostanza gli viene somministrata lo stesso. Poche ore dopo, il suo cuore si ferma. Una morte che oggi pesa come un’accusa pesantissima sul Centro paraplegici di Ostia, dove un medico e un infermiere sono finiti a processo per omicidio colposo.

Lo choc anafilattico e la morte in poche ore

Tra l’iniezione di penicillina e il decesso passano appena tre ore. Massimo Gialli, 68 anni, camionista in pensione, viene colpito da uno shock anafilattico devastante. Un malore improvviso, violento, che non gli lascia scampo. Eppure, secondo l’accusa, quella reazione era prevedibile ed evitabile. L’ipersensibilità del paziente risultava chiaramente annotata nella cartella clinica. Un dato che, secondo la Procura, il personale sanitario del Cpo – Centro paraplegici di Ostia avrebbe dovuto consultare prima di procedere con la terapia.

Quindici minuti dopo, secondo quanto emerso, compaiono i primi sintomi. Nella stanza con l’uomo ci sono altre due persone, che poi racconteranno quello che hanno visto. Dolori forti, poi il peggioramento rapido. L’allarme scatta subito, ma il trasferimento d’urgenza all’ospedale Grassi non basta. Il cuore di Massimo Gialli si ferma intorno alle tre di notte. La causa ufficiale è un arresto cardiocircolatorio. La Procura dispone l’autopsia, eseguita al Policlinico di Tor Vergata e il responso dei periti non lascia dubbi, visto che parla di morte a seguito di shock anafilattico.

Dal sogno di tornare a camminare alla tragedia

La storia di Massimo G. è anche quella di una speranza spezzata. Nell’agosto di due anni fa, durante una vacanza in un agriturismo in provincia di Siena, l’uomo cade in piscina e batte violentemente la schiena. Il trauma gli provoca un edema spinale e la paralisi degli arti inferiori. Dopo i primi ricoveri, nell’ottobre 2024, inizia la riabilitazione al Cpo di Ostia. Un percorso lungo e faticoso, ma accompagnato da segnali incoraggianti. La famiglia, formata da moglie e fratello, spera. Lui stesso crede di poter recuperare almeno parte della mobilità. Poi, a fine mese, la puntura che si rivelerà fatale.

I familiari si sono costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Bruno e Domenico Galati. Per l’accusa, sostenuta dal sostituto procuratore Marcello Cascini, la tragedia poteva essere evitata. Nell’anamnesi e nei fogli di somministrazione della terapia era indicato l’elenco dei farmaci vietati al paziente. Tra questi anche il Tazocin, antibiotico appartenente alla classe delle penicilline. Secondo la richiesta di rinvio a giudizio, medico e infermiere avrebbero agito con negligenza, imprudenza e imperizia, ignorando informazioni decisive per la sicurezza del paziente. “Le compagnie assicurative sono negligenti, non hanno partecipato come avrebbero dovuto”, ha dichiarato l’avvocato Bruno Galati. “Abbiamo fatto la mediazione, alla quale hanno partecipato la Asl e i due operatori sanitari, ma non le compagnie assicurative. Quindi ho già depositato il ricorso per il risarcimento del danno”.

I due operatori sanitari sono imputati per omicidio colposo. Una dirigente del reparto spinale ha scelto il rito abbreviato e rischia una condanna. L’infermiere, invece, ha avanzato una richiesta di patteggiamento, ora al vaglio del gup. E adesso i familiari chiedono giustizia per una morte che, secondo l’accusa, non doveva accadere.