Ostia, il Canale dei Pescatori affonda nel degrado: acque sporche, barche abbandonate e relitti dimenticati (FOTO)

barche affondate canale dei pescatori

Era uno dei simboli di Ostia, con le sue barche che solcavano il canale. Oggi è diventato il simbolo del suo contrario: degradoabbandonoincuria. Il canale dei Pescatori, all’altezza di ponte Plinio, si mostra in tutto il suo declino: acque sporche, barche alla deriva, pezzi di legno e ferro che galleggiano o affondano lentamente, relitti che non reclama più nessuno. E nessuno interviene. Le barche affondate si trovano oltre il ponte, verso il rimessaggio Chigi. E questo, come spesso accade, basta a spostare il problema da una scrivania all’altra.

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Competenze divise: chi deve intervenire?

Il tratto verso la riva rientra sotto la Capitaneria di Porto, che monitora il canale, si occupa di dragaggipulizia e, quando serve, della rimozione delle imbarcazioni abbandonate. Ma basta spostarsi di qualche metro e tutto cambia. Il tratto superiore, oltre Ponte Plinio, pur essendo sempre acqua marittima, ricade in un sistema di competenze frammentato: RegioneCittà Metropolitana e Consorzio di Bonifica, a seconda dei casi. In mezzo, il territorio. E chi lo vive ogni giorno.

A fare da raccordo dovrebbe essere il Municipio, che ha, o quantomeno dovrebbe avere, il polso della situazione e il compito di segnalare le criticità agli enti competenti. E quindi mappare i problemi, indicare dove si trovano esattamente, sollecitare gli interventi. Cosa che, visto da quanto tempo le imbarcazioni abbandonate (e la sporcizia) sono presenti, resta il dubbio che sia stato fatto.

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Una zona “invisibile” che diventa discarica

Il punto è anche un altro: questo tratto del Canale dei Pescatori è meno frequentato. Qui i pescatori passano poco. E quando un luogo perde occhi e presenze, spesso perde anche attenzione. Non è un caso che la parte verso la foce sia più curata. Lì il passaggio continuo dei pescatori fa da controllo naturale, grazie alle segnalazioni che portano a interventi più tempestivi. Qui no. Qui il degrado si accumula e resta. “C’è un degrado incredibile”, racconta Marco Doria, autore delle foto, depositando un esposto. “Ho informato della situazione la Guardia Costiera, il Simu ed il X Gruppo Mare della Polizia locale”.

Non è solo una questione estetica. Quelle imbarcazioni affondate possono rilasciare carburanti, oli, materiali inquinanti. Eppure, mentre le competenze si dividono, la responsabilità si diluisce. E il rischio resta lì, sospeso.

Il Canale dei Pescatori: una storia lunga secoli

E pensare che questo canale ha attraversato la storia. Le prime tracce risalgono al 356 a.C., quando i Romani lo utilizzavano per drenare le paludi e sfruttare le saline. Poi l’abbandono nel Medioevo. L’insabbiamento. Fino alla rinascita nel 1884, con l’arrivo dei Ravennati, protagonisti della bonifica dell’Agro romano. Nascono i canali collegati – DragoncelloLinguaPantanello – e il sistema torna a funzionare. Nel 1931 l’ampliamento: 19 metri di larghezza, 3 di profondità. Due anni dopo, i moli per proteggere la foce dall’insabbiamento. È la struttura che, più o meno, vediamo ancora oggi.

Oggi, però, quella storia sembra lontana. Il Canale dei Pescatori è diventato un caso emblematico: un luogo che racconta cosa succede quando manutenzione e responsabilità si fermano. Non serve cercare lontano. Basta affacciarsi su quel tratto “nascosto” per capire che il problema non è nuovo. È solo rimasto lì. Troppo a lungo.