Ostia, stop al caro-concessioni, il famoso stabilimento ferma il Campidoglio: sentenza di importanza nazionale

Il litorale di Ostia, foto Google Maps

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Il Comune di Roma aveva chiesto nel 2020 (Giunta Raggi) allo stabilimento balneare L. B. di Ostia oltre 42 mila euro extra tra canone e indennizzo, ma il Consiglio di Stato (secondo e ultimo grado della giustizia amministrativa) ha detto no, giudicando poco chiari e contraddittori i calcoli del Campidoglio e confermando che quella richiesta non stava in piedi così come era stata costruita da palazzo Senatorio.

La battaglia sul conto inviato al lido

La vicenda nasce da un avviso di pagamento recapitato alla società che gestisce lo stabilimento “L. B.”, sul lungomare Amerigo Vespucci di Ostia. Roma aveva chiesto per il 2020 una somma complessiva di 42.219,96 euro, oltre all’imposta regionale, sostenendo che una parte dell’area dovesse essere trattata come pertinenza demaniale e che ci fossero anche utilizzi difformi rispetto alla concessione. Da qui il conto più pesante.

La società, però, ha contestato tutto. Ha sostenuto che il Comune avesse cambiato più volte versione sulle superfici e sulla natura delle aree, senza offrire una ricostruzione stabile e comprensibile. In sostanza, secondo L. B., il Campidoglio pretendeva soldi sulla base di numeri incerti e di una motivazione debole.

La linea del Campidoglio

Roma ha difeso la propria impostazione fino all’ultimo. La tesi era semplice nella forma, ma contestata nei fatti: il rapporto concessorio precedente sarebbe finito e quello successivo sarebbe stato diverso, con la conseguenza che alcune opere realizzate sul bene avrebbero già dovuto considerarsi entrate nell’orbita del demanio. Da qui la scelta di calcolare il canone in modo più oneroso.

Il Comune di Roma ha inoltre sostenuto che un sopralluogo del 2016, svolto secondo la sua ricostruzione in contraddittorio con il concessionario, avesse fatto emergere difformità tali da giustificare anche l’indennizzo richiesto. Ma proprio su questo punto i giudici hanno trovato una delle falle più evidenti.

La risposta dei giudici: troppi cambi di rotta

Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello di Rom e ha confermato la decisione del Tar del Lazio favorevole alla società. I giudici hanno ricordato che, in presenza delle proroghe legislative delle concessioni marittime, non c’è stata una vera rottura del rapporto tale da far scattare automaticamente il passaggio delle opere allo Stato. In altre parole, il presupposto principale usato dal Campidoglio per alzare il canone non è stato ritenuto valido.

Non solo. La sentenza insiste su un punto politico prima ancora che amministrativo: la pubblica amministrazione deve essere lineare, coerente e trasparente. Qui, invece, secondo i giudici, il comportamento del Comune di Roma è stato segnato da “contraddittorietà e incertezze” nella determinazione degli importi. La decisione elenca anche un dato molto significativo: nel tempo le superfici considerate come pertinenze demaniali sono cambiate più volte, passando da 468 metri quadrati a 76, poi a 149,76, fino a 200 più 25,76. Troppi numeri diversi per una pretesa economica che pretendeva di essere certa.

Il nodo della motivazione

C’è poi il tema centrale della motivazione. Per i giudici, dagli atti non si capisce davvero perché il Comune di Roma sia arrivato a quella richiesta di pagamento. Il verbale di sopralluogo del 2016, che doveva essere la base della contestazione, non spiegava in modo chiaro quali fossero le difformità, come fossero state classificate le aree e con quale criterio si fosse arrivati alle somme richieste.

La sentenza usa un passaggio molto netto. Parla di “difetto di motivazione” e spiega che un provvedimento deve mettere il destinatario in condizione di capire l’iter logico seguito dall’amministrazione. Qui, invece, quella strada non era leggibile. E quando un cittadino o un’impresa non riescono neppure a capire fino in fondo da dove nasce il conto, diventa difficile anche difendersi.

Un segnale che va oltre Ostia

La portata della decisione va oltre il singolo stabilimento. Il messaggio è chiaro: sui canoni demaniali e sulle concessioni balneari non si può procedere con conteggi oscillanti, documenti poco coerenti e motivazioni tardive o incomplete. Servono basi solide. Servono atti chiari. E serve un’amministrazione che non cambi versione strada facendo.

Per questo la sentenza può avere un peso nazionale. Non perché risolva da sola il caos storico delle concessioni balneari italiane, ma perché ribadisce un principio forte: quando il potere pubblico tocca interessi economici così rilevanti, non basta dire che una somma è dovuta. Bisogna dimostrarlo bene, in modo lineare e verificabile.

Cosa succede adesso

Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello del Campidoglio. Questo significa che la richiesta contestata resta annullata nella forma in cui era stata costruita. Ma la sentenza lascia aperto uno spazio per un nuovo intervento dell’amministrazione, che dovrà eventualmente riesercitare il proprio potere rispettando i criteri indicati dai giudici. Stavolta, però, senza oscillazioni, senza passaggi opachi e senza scaricare sull’impresa il peso di una ricostruzione confusa.

In fondo, la decisione racconta proprio questo. Non soltanto la vittoria di uno stabilimento contro il Campidoglio. Racconta anche il limite di una macchina pubblica che, quando pretende soldi, deve prima dimostrare di sapere con precisione perché li chiede.