Pandemia, i piccoli imprenditori italiani trascinano in tribunale la Cina: non ha diffuso le informazioni
La pandemia da coronavirus arriva in un’aula di tribunale, in una battaglia di Davide contro Golia, con piccoli imprenditori italiani che portano a processo la Cina. Tutto è nato da un esposto presentato dall’associazione di categoria Mio Italia, Movimento Imprese Ospitalità contro Pechino a Viterbo. L’esposto è stato accolto dal tribunale civile. Nella denuncia si chiede in particolare di “accertare la grave responsabilità del Ministero della Sanità della Repubblica Popolare Cinese. Per non aver tempestivamente segnalato all’Oms lo stato del diffondersi del virus e dei suoi gravi effetti letali a cavallo fra novembre e dicembre 2019. E comunque di non aver assunto i necessari provvedimenti di controllo sugli scali aeroportuali in partenza dalla Cina”.
“Gravi omissioni della Cina”
“Gravi omissioni” prosegue l’associazione che “hanno impedito, oltre ogni ragionevole dubbio, allo Stato Italiano una tempestiva assunzione di provvedimenti da adottare di ordine pubblico e sanitario. Che sicuramente avrebbero ridotto al minimo il disagio e le conseguenze negative derivanti dal Covid-19”. L’ultima parola spetterà al giudice nell’udienza fissata per il 22 novembre 2022. Ma la Cina ha già replicato, lamentando la violazione della propria sovranità. Nell’esposto di Mio Italia si chiede a Pechino il risarcimento del danno subito dalle imprese italiane a causa del Covid-19. “Tra fine dicembre 2019 e inizio gennaio 2020 gli italiani pensavano ai buoni propositi per l’anno nuovo ed erano del tutto ignari dell’emergenza sanitaria che si sarebbe creata.
Mio Italia ripercorre la storia del coronoavirus
Ossia un nuovo virus altamente contagioso e completamente sconosciuto al nostro sistema immunitario aveva iniziato a circolare in una regione di un Paese molto distante dall’Europa: la Cina. Non avremmo mai pensato all’epoca – si legge – che questo virus apparentemente così lontano avrebbe potuto diffondersi e causare tanti problemi a livello individuale e collettivo, per la salute e per i sistemi sanitari ed economici. Ma, in poco più di due mesi, lo scenario globale è cambiato radicalmente e noi abbiamo dovuto adattarci e far fronte alle nuove esigenze”. Nella denuncia di Mio Italia si ripercorre la storia del nuovo coronavirus. Dai primi allarmi segnalati in merito a un’anomala polmonite dal medico cinese Li Wenliang (morto poi per Covid-19 il successivo 7 febbraio).
La Cina non proibì subito i voli
Passando poi al 21 gennaio quando le autorità sanitarie locali e l’Organizzazione mondiale della sanità annunciavano che il nuovo coronavirus, passato probabilmente dall’animale all’essere umano (un salto di specie, in gergo tecnico), si trasmette anche da uomo a uomo. “Stranamente, però, il governo cinese ha ripetuto fino al 31 dicembre che non c’erano prove chiare che la trasmissione avvenisse tra esseri umani. Per poi cambiare idea il 23 gennaio 2020 vietando i voli dall’Hubei al resto della Cina ma non dall’Hubei al resto del mondo. Quindi facendo tranquillamente decollare i voli da Wuhan per Londra, Roma, Parigi New York e San Francisco, per tutto gennaio. Questo fino all’effettivo stop dei voli stessi voluto dall’Europa” si legge.
Il 29 gennaio i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani
Si arriva così al 29 gennaio e ai primi due turisti cinesi di Wuhan contagiati, ricoverati allo Spallanzani di Roma e meno di un mese dopo emergono diversi casi di coronavirus nel lodigiano, in Lombardia”. “Sicuramente la tempestiva assunzione di provvedimenti di ordine pubblico e sanitario avrebbe ridotto al minimo e per un brevissimo periodo il disagio ed il danno alle persone”. Lo sostiene l’associazione di categoria che rappresenta tra gli altri quasi 700 tra bar e ristoranti, sottolineando come “a oggi molte imprese del settore sono ancora chiuse in quanto prive di spazi all’aperto. E a oggi molto probabilmente moltissime imprese di ristorazione chiuderanno i battenti per sempre”. “La breccia l’abbiamo rotta, ora la partita è aperta, nel totale rispetto delle scelte della magistratura”.
“Chiederemo 200 milioni d euro per i nostri associati”
Lo afferma all’Adnkronos l’avvocato Marco Vignola, che rappresenta Mio – sulla presunta sovranità cinese che sarebbe stata lesa sarà il giudice a decidere. Quello che conta è che il processo si è finalmente incardinato e mi auguro che Pechino si costituisca tramite un legale. Mi sembra abbondantemente provato che la Cina abbia comunicato al mondo con un mese e mezzo di ritardo che il virus si stava propagando, se l’avesse fatto prima l’Italia avrebbe potuto prendere precauzioni”. “O Pechino verrà in tribunale a Viterbo o chiederemo al giudice di andare avanti con il processo in contumacia”. Così Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia, il cui esposto ha portato al processo al tribunale civile di Viterbo nei confronti della Cina per il suo presunto ritardo nel comunicare l’avanzata e la diffusione del nuovo coronavirus a fine 2019.
“Chiediamo un risarcimento danni di 200 milioni di euro per le perdite dei nostri associati, oltre al danno morale. “Ora l’atto è notificato e il tribunale – conclude Bianchini – non ha potuto fare altro che convocare l’udienza, prevista per il 22 novembre 2022”.